Ultimo Schiaffo: il cinepanettone dei nostri tempi di crisi

C’è un momento, guardando Ultimo schiaffo di Matteo Oleotto, in cui ci si rende conto che sì, forse questo è davvero il cinepanettone dei nostri tempi: senza panettone, senza zucchero a velo, e soprattutto senza alcuna voglia di farti stare meglio. Presentato alla 74ª edizione del Trento Film Festival, il film prende in prestito i tratti tipici della commedia natalizia, tra tutte le lucine colorate e la famiglia, ma le manda a schiantarsi contro una realtà periferica, fredda e senza sconti.

Qui il Natale non scalda, semmai congela: un paesino minerario ai margini del Friuli, una roulotte come casa, lavori improvvisati e una famiglia che esiste più per assenza che per presenza.

Petra e Jure – sorella e fratello, mente e braccio, rabbia e ingenuità – si muovono dentro questo microcosmo come due personaggi capitati nel film sbagliato: troppo vitali per rassegnarsi, troppo fragili per riuscire a cambiare davvero le cose. La scomparsa di Marlowe – un cane che non sente gli odori, che non riconosce tracce, che non sa ritrovare la strada di casa – all’apparenza un incidente, diventa una frattura definitiva.

Tofi, nel film Marlowe

È da lì che tutto si incrina: ogni gesto dei protagonisti sembra rispondere a una logica inevitabile, come se il loro percorso fosse già stato tracciato altrove, molto prima di iniziare. L’escalation che ne segue non ha nulla di liberatorio: è una discesa continua, senza deviazioni possibili, dove ogni scelta conferma soltanto ciò che era già inscritto nelle loro vite.

Massimiliano Motta e Adalgisa Manfrida

E allora quel titolo – Ultimo schiaffo– diventa quasi una dichiarazione poetica: uno schiaffo alle aspettative, al mito della provincia accogliente, persino all’idea stessa di redenzione cinematografica. Quello che rimane è solo un lento accumularsi di errori, coincidenze e necessità che portano i protagonisti (e noi con loro) a un finale che pesa più per ciò che non risolve che per l’aspettato lieto fine.

Se questo è il cinepanettone della crisi, allora è quello che non ti offre una fetta, ma ti lascia con le briciole. E ti chiede anche di fartele bastare.