Quanto incidono i traumi vissuti durante l’infanzia sulla salute mentale in età adulta? E quanto conta, invece, la predisposizione genetica? Uno studio del Centro Mente e Cervello (Cimec) dell’Università di Trento e dell’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, pubblicato sulla rivista Translational Psychiatry, ha analizzato proprio l’interazione tra questi due fattori.
I ricercatori si sono concentrati sulla variante del gene CNTNAP2, già associata a schizofrenia, depressione e disturbo bipolare, ma che da sola non determina lo sviluppo di una condizione patologica. Per capire cosa accade quando alla predisposizione genetica si aggiunge un ambiente traumatico, il gruppo ha studiato un modello animale portatore della variante e sottoposto a condizioni di negligenza delle cure parentali.
Gli effetti sono stati osservati anche molti mesi dopo l’esposizione al trauma. Gli animali con la cosiddetta “doppia vulnerabilità” mostravano meno comportamenti esplorativi e una minore curiosità, oltre a un repertorio comportamentale molto più uniforme rispetto ai gruppi di controllo.
«È come se questi soggetti vulnerabili, al posto di utilizzare tremila parole nel loro vocabolario quotidiano, riuscissero ad utilizzarne solo la metà», spiega Gabriele Chelini, già ricercatore UniTrento e oggi all’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, che ha coordinato lo studio insieme, tra gli altri, al direttore del Cimec Yuri Bozzi. Un risultato che, secondo Chelini, invita a ripensare anche il modo di relazionarsi con le persone che presentano una vulnerabilità psichiatrica: alcuni comportamenti potrebbero non essere una scelta, ma riflettere una minore disponibilità di strumenti per reagire alle situazioni.