Oltre il Festival dello Sport – Episodio 4 | Daniele Orsato, l’allenatore degli arbitri che non vuole essere il modello

«Mi piace essere definito allenatore, non designatore. I miei arbitri sono come un mazzo di matite con un elastico intorno: se una cade, cadono tutte»

Io non cerco Daniele Orsato nei miei arbitri». Schiettezza e vivacità fanno da cornice ad un evento che ha reso giustizia alla professione dell’arbitro: Daniele Orsato si racconta in quella che è la sua nuova vita, da ‘allenatore’ degli arbitri, impegnat in campo nei weekend di Serie A e Serie B. Un compito che ha dovuto comprendere ma che, una volta fatto suo, si è subito tradotto in una linea ben precisa: ossia non trasmettere una personalità, bensì una mentalità. Una mentalità che parte dal presupposto che l’arbitro migliore è quello che scompare, ovvero colui che è così preparato da comparire soltanto quando serve. Un assist perfetto per Orsato, che si complimenta con l’arbitro Davide Massa per la direzione di Roma-Inter.

L’analisi delle statistiche di questo inizio di Serie A delinea una tendenza che si muove verso un maggiore tempo di gioco e una maggiore intensità, la quale presuppone una risposta anche da parte della classe arbitrale che, a detta di Orsato, ha lavorato moltissimo sulla forma fisica, al fine di adeguarsi a questo nuovo modo di giocare.

«Fondamentale l’aspetto atletico. Si va in campo solo se si sta bene».

Questa è la regola che nasce nel momento in cui i cambi di regolamento hanno permesso di leggere il gioco in modo diverso: dalla questione VAR, nella quale si è ribadita la necessità di intervenire solamente davanti ad un chiaro ed evidente errore senza dover cercare il cavillo, ma soprattutto superare l’idea che ogni contatto debba essere necessariamente fallo. Essere competenti e fedeli al regolamento, non protagonisti. Inoltre, l’aumento del tempo effettivo di gioco in Serie A è stato collegato alla diminuzione delle ‘perdite di tempo’ sterili dopo un contrasto, in quanto nel momento in cui lo staff medico entra nel terreno di gioco il giocatore in questione deve attendere a bordo campo per un minuto. Un rischio che sia il giocatore sia la squadra non sono disposti a correre in quanto l’inferiorità numerica può risultare fatale in determinati momenti della partita.

Cambi di regolamento che non devono però tradursi nella ricerca della perfezione: Orsato è chiaro nel non voler trattare il singolo errore come qualcosa di imperdonabile, bensì la sua reiterazione il vero problema, dal momento che gli errori vengono valutati, analizzati e discussi: il buon arbitro è quindi colui che riesce ad imparare dagli errori e, in campo, ha la freddezza necessaria per prendere la decisione giusta in un lasso di tempo minimo.

Ed è proprio questo che un arbitro fa per imparare: osserva, discute e cerca di trovare una soluzione alternativa, per fare tesoro dell’errore commesso e trasformarlo in un insegnamento per il futuro. In questa concezione si comprendono molto bene le parole di Orsato, che porta quasi a leggere l’errore come ‘necessario’ nel percorso di crescita.

Necessità che va a braccetto con la conoscenza del calcio: l’arbitro non è solo un ‘giudice’ in grado di far valere il regolamento, bensì una personalità che non deve vedere soltanto ciò che accade: deve imparare a capire ciò che sta per accadere, e per fare ciò si studia la tattica, gli stili di gioco delle squadre e dei singoli giocatori, spesso ottime tracce per riuscire a comprendere che piega sta prendendo la partita.

Daniele Orsato in un passo dell’intervista insieme a Arianna Ravello e Matteo della Vite

Il tema del protagonismo e quello dell’atletismo hanno rappresentato le colonne portanti del discorso di Orsato, il quale ha voluto anche sottolineare il bel legame che si è creato all’interno del gruppo degli arbitri che si incontra nei vari raduni di formazione: un rapporto costruttivo, nel quale prevale la volontà di essere sempre migliori, non in un’ottica competitiva, bensì con la volontà di spronarsi a vicenda, al fine di trovare la propria versione migliore in campo. Un ambiente in cui il rapporto umano è fondamentale, una prerogativa nel modus operandi di Orsato, il quale personalmente chiama ogni settimana tutti gli arbitri per comunicare loro la designazione; come faceva già da allenatore – per utilizzare il termine da lui preferito – nel suo anno di esperienza in Serie C.

«I miei arbitri sono un mazzo di matite con un elastico intorno: se una cade, cadono tutte»

Un’affermazione che definisce al meglio ciò per cui Orsato sta lavorando: non lasciare in eredità sé stesso, ma il suo modo di intendere il mestiere, che parte dalla preparazione atletica e passa per la capacità di prevedere il gioco, per la gestione dell’errore e, soprattutto, per l’idea che l’arbitro migliore sia colui che permette alla partita di essere protagonista. Tante matite tenute dallo stesso elastico, pronte a sostenersi e a cadere insieme quando arriva l’errore.