Roberta Vinci al Festival dello Sport: «Mi sono meravigliata della mia calma» contro Serena. «La mente va allenata come gambe e braccia. Oggi guido le under-16 come una sorella maggiore».
Un lieto, divertente e leggero incontro è stato quello con la campionessa italiana Roberta Vinci che, attraverso la sua simpatia e il suo modo di essere, ha raccontato la fuoriclasse che è stata e la nuova dimensione che oggi sta vivendo.
Una carriera, quella della tennista tarantina, condita da successi straordinari, che vanno dal Career Grand Slam in doppio alle quattro Fed Cup – ora Billie Jean King Cup, un nome che non aggrada molto alla Vinci – fino alla clamorosa vittoria in semifinale agli Us Open contro Serena Williams, interrompendo il sogno americano a Flushing Meadows. Ed è proprio su questo evento che si concentra la prima parte dell’incontro, dopo un breve racconto degli inizi della sua carriera, che l’hanno portata al centro federale a Roma a soli tredici anni, sradicandola dalla sua terra. Quella terra che però, a sua detta, non le concedeva molte possibilità. Possibilità che dunque ha trovato con non pochi sacrifici nella capitale, diventata crocevia della sua consacrazione a livello italiano ed internazionale.
Una carriera che culmina nei successi poc’anzi citati, che passano sicuramente dall’incredibile vittoria ai danni di Serena Williams – la quale non ha digerito con molta facilità tale insuccesso: «Agli Australian Open dell’anno successivo ho provato ad incrociare il suo sguardo per accennare un saluto, ma mi ha fulminato». Una vittoria che ha sorpreso la stessa Vinci, la quale non si aspettava di poter affrontare tale match con quella calma olimpica e grande grinta, rafforzate anche dal crescente nervosismo della Williams, protagonista di un incontro giocato in un clima di altissima tensione, sfociato nella rottura della racchetta successiva alla perdita del secondo set: «E lì ho capito che forse potevo farcela».
La sconfitta in finale contro la sua grande amica Flavia Pennetta non viene interpretata come una semplice sconfitta, ma come la fine naturale di un grande percorso che porta sicuramente con sé il rammarico di non aver vinto, ma non rovina l’esperienza che ha vissuto. Ciò che sorprende è la leggerezza e la leggiadria con la quale la Vinci si districa in questi racconti, proprio come se si trovasse nel bel mezzo di uno scambio.
Il pubblico reagisce divertito anche al racconto dell’esperienza nel tennis a squadre, dove ha rappresentato l’Italia: tra i ricordi più cari c’è la coesione del gruppo di Fed Cup, che le permette di rievocare con grande affetto le tante partite giocate a carte e la grande personalità di Corrado Barazzutti, altro campione tennistico ma soprattutto capitano di quella squadra: «Non è stato facile sopportarci […] ma come noi siamo state fortunate ad avere lui come capitano, anche lui è stato fortunato ad avere noi come giocatrici!» (riferendosi a sé stessa, Francesca Schiavone, Sara Errani, Flavia Pennetta, Mara Santangelo e Karin Knapp).

Ma non solo la sua carriera sportiva è stata al centro del dibattito: si è discusso anche del suo nuovo ruolo nel post-carriera: quello di allenatrice under-16 in Federazione. È stato molto interessante comprendere il suo approccio, non da ‘maestra severa che bacchetta’, ma piuttosto da ‘sorella maggiore’, il tutto condito da una linea ben precisa: accompagnarle nel loro percorso, comprendere la loro età, le loro necessità e le migliori modalità di comunicazione, che passano anche dal rimprovero costruttivo, quando necessario. Ma soprattutto, stare loro vicino negli inevitabili momenti di difficoltà, che diventano segnali di fragilità – definiti dalla Vinci definisce come fasi imprescindibili del percorso di crescita – e che permettono loro di fare i conti con ciò che le aspetterà.
Ed è forse proprio qui che emerge la Roberta Vinci di oggi: una campionessa capace di raccontare con leggerezza una carriera straordinaria, senza però perdere di vista il peso delle esperienze vissute. La stessa leggerezza che ora prova a trasmettere alle ragazze che allena, accompagnandole in un percorso che non riguarda soltanto il tennis, ma anche la capacità di affrontare sconfitte, fragilità e momenti di crescita. Perché, alla fine, dietro i grandi risultati resta soprattutto ciò che lo sport riesce a lasciare nella persona e ciò che quella persona, a sua volta, riesce a trasmettere agli altri.