La grafica vicina e lontana: intervista a Mario Piazza

Il famoso designer sabato 16 marzo a Trento alla mostra sul Cartel Cubano

La grafica vicina e lontana: intervista a Mario Piazza

di Giovanni Melchiori

Impossibile riassumere in poche righe il curriculum di Mario Piazza, grafico e architetto, fondatore dello studio di design e di strategie di comunicazione 46xy, presidente dell’AIAP, Associazione italiana progettazione per la comunicazione visiva dal 1992 al ’96 ed oggi docente di Comunicazione Visiva presso il Politecnico di Milano e ricercatore di ruolo presso la Facoltà del Design di Milano, oltre che un sacco di altri titoli, collaborazioni ed attività sempre nell’ambito della grafica e della comunicazione visuale ad alto livello.

Mario Piazza sabato 16 marzo alle ore 18 sarà a Trento, nell’ambito della mostra sul “Cartel Cubano: 60 anni di grafica rivoluzionaria”, a Palazzo delle Albere fino al prossimo weekend, per parlare appunto di comunicazione visiva, in un confronto con il curatore dell’esposizione, Luigino Bardellotto, ed un approfondimento sul tema dal titolo “Vicina e lontana: la grafica cubana”.

Noi lo abbiamo raggiunto telefonicamente per farci dare qualche anticipazione sull’incontro, e scoprire meglio le particolarità della grafica cubana.

“La peculiarità della grafica cubana è il fatto di essere l’espressione di un movimento popolare che ha portato un cambiamento sociale nel Paese, è la registrazione visiva dell’emancipazione di un popolo, ma soprattutto la cosa interessante è notare quanto, pur essendo stata isolata, la grafica cubana sia riuscita ad sviluppare una propria originalità, una propria capacità espressiva, rimanendo allo stesso tempo sempre molto vicina ad altre ricerche visive di altre parti del Mondo, dagli Stati Uniti a certa grafica italiana degli anni 70, alla grafica polacca: una caratteristica dovuta alla singolarità del lavoro di ricerca che i grafici hanno fatto. L’altro aspetto da sottolineare è la libertà espressiva: se solitamente i fenomeni rivoluzionari hanno poi preso una piega conservatrice, introducendo nell’immagine grafica e nell’arte una preponderanza del realismo e di forme un po’ retoriche di trasmissione dei propri valori ideologici, nella grafica cubana tutto ciò è molto più circoscritto, anche i simboli della rivoluzione hanno una modalità di essere resi e raccontati visivamente molto più ampia, piena di colore e molto più piacevole, senza quell’accentuazione e quel rigore dogmatico che non è altro che una forma di censura nei confronti di un’espressività più libera”.

Quali sono i fattori che hanno reso possibile lo sviluppo di un tale movimento proprio a Cuba? Qual è la diversità dell’isola rispetto alle altre realtà latinoamericane?

“Fondamentale è stata la posizione di una Repubblica anticapitalista in una realtà geopolitica così particolare. Cuba è attaccata agli Stati Uniti simbolo del capitalismo, che l’hanno sempre vista come minaccia. Inoltre Cuba è stata l’antesignana di un certo tipo di movimento che partendo dall’anticolonialismo ha portato all’affermazione dei popoli del Latinoamerica, ruolo che se da un lato ha portato il Paese ad essere una sorta di bandiera del non allineamento e dell’autodeterminazione dei popoli, dall’altra purtroppo ha procurato una continua campagna di embargo e di chiusura. L’originalità del lavoro dei grafici cubani quindi è l’aver fatto tesoro ed aver reso magnificente la povertà di mezzi. Molto spesso sono state fatte cose su carte estremamente povere, con pochi colori, ed è ciò che dovrebbe essere il design grafico: non un’operazione di libera espressione ma il rispondere bene ad un compito comunicativo, tenendo conto anche dei vincoli che si hanno. I grafici cubani sono stati magnificenti pur nella pochezza dei mezzi perchè esisteva un’idea e anche un’adesione politica e sociale, oltre che un grande impegno civile”.

Come si evince anche visitando la mostra dalle sale dedicate alla nuova generazione di grafici, si tratta di un movimento che si sta sviluppando nel tempo: come valuta la nuova grafica cubana fatta più di tecnologia e meno di mezzi di fortuna?

"Una delle ragioni per cui è possibile definire la peculiarità di una scuola di disegno visivo è data dall’impossibilità di avere la repentinità di connessione al resto del Mondo che c’è ora. La grafica italiana degli anni 50 e 60 è nota per la sua originalità, quella polacca altrettanto, così come quella cubana, quella francese. Esistevano delle scuole che avevano un modo di connettersi, di trasmettersi e di confrontarsi molto più circoscritto, senza la possibilità che con un click chiunque potesse leggere quello che succedeva nel mondo. Quello che sta accadendo nel mondo della grafica cubana oggi è naturalmente molto interconnesso con l’evoluzione tecnologica dei mezzi di comunicazione, che permette tranquillamente di vedere quello che fa un grafico in Cina o in Islanda e trovarne spunti di riflessione per un suo riutilizzo in chiave locale. La distanza e la vicinanza di allora è totalmente cambiata ed oggi non so quanto sia possibile mantenere viva la stessa originalità. Inoltre il ruolo che ha Cuba oggi non è quello che aveva negli anni 50, ma è espressione di un popolo che deve comprendere dove deve andare. Tutto sta nelle nuove generazioni stesse, che hanno una storia completamente diversa di quella dei padri e dei nonni".

Tornando in Italia invece qual è lo stato di salute dell’arte visuale? Il successo della mostra lascia intendere che c’è un vivo interesse rispetto a queste tematiche, molto più popolari di quello che si possa pensare.

"In questi ultimi anni sono state aperte molte scuole dedicate alla formazione di grafici, non solo quelle private che alla fine degli anni 90 erano la prevalenza: a partire dal 2000 sono stati attivati molti corsi universitari che coprono l’intero territorio nazionale. Io credo che in Italia in tantissimi ora facciano questo lavoro, anche grazie alla tecnologia che ne ha facilitato l’accesso, permettendo di fare tante cose che una volta erano limitate a determinate competenze tecniche, dal comporre i testi all’impaginazione, alla composizione delle immagini. Esistono sistemi di apprendimento online per cui chiunque può tranquillamente riuscire a realizzare un buon manifesto, ma allo stesso tempo c’è anche una sorta di decadenza e di sparizione di questo mezzo, che una volta era ben più presente nella scena urbana e nella modalità di pensare una comunicazione veloce, diversa e anche alternativa, non solo promozionale. Credo che il successo di questa mostra sia proprio nel arrivare a trasmettere come una certa qualità espressiva produca dei linguaggi visivi che non solo servono a comunicare o a descrivere un determinato film o libro, ma ci spiega anche che attraverso questo tipo di linguaggi si fa una sorta di educazione pubblica su quelle che possono essere le estetiche, le ricerche artistiche e sul modo di valorizzare la tradizione e la cultura materiale e visiva dei popoli. Questo a mio modo di vedere è un po’ lo spazio della grafica: composta da una parte più invisibile, che sta nello svolgere un servizio, comunicare nella maniera più efficiente, ma dall’altra parte c’è una sorta di impegno civile, cioè farlo nel modo migliore possibile".

 

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