Café de la Paix: quale Trento vogliamo?

Intervista al gestore Luca Buonocunto.

Café de la Paix: quale Trento vogliamo?

di Paolo Montagna e Lorenza Giordani

Il Café de la Paix rischia, nuovamente, la chiusura, oltre ad una multa per recidività, per il disturbo della quiete del quartiere in cui sorge. L'ennesimo episodio di scontro tra gruppi di cittadini e attività commerciali di tipo ricreativo che accende il dibattito intorno alla questione "Quale Trento si vuole"?. Abbiamo fatto due chiacchiere con il gestore, Luca Buonocunto, che reagisce all'ennesimo momento difficile indicendo una raccolta di firme, per far sentire la propria voce in provincia.

Quale è in breve la storia del Café de la Paix?

Il caffé nasce da un bando comune della provincia di Trento e ITEA Spa, l’Istituto Trentino Edilizia Abitativa. L’intento era quello di riqualificare la zona di case popolari e il cortile in cui oggi si trova il bistro. Siamo arrivati che gli alberi avevano una bella fila di siringhe, dopo diversi mesi la situazione si può dire nettamente migliorata.

Che problemi sono insorti?

Per la seconda volta alcuni inquilini dei palazzi circostanti si sono lamentati con la polizia per il rumore. Ne è seguita una denega e sanzione. Non stiamo impugnando la multa e l’annessa perizia perché non abbiamo i soldi.

Di chi è la perizia?

La perizia è del tecnico inviato dal comune, dal servizio per l’ambiente. Ma questi non può sindacare sul chiacchiericcio delle persone, può solo misurare il volume degli impianti. Nelle conclusioni, però, è riportato anche il problema del chiacchiericcio.

Parli di inquilini al plurale...

Sì, 2 o 3. Ho anche i nomi.

Ma il progetto originario ha funzionato, in qualche modo: la zona è “bonificata”. Gli inquilini come rispondono a ciò?

Ci riferiscono che qualcuno ha detto che era meglio prima, almeno i tossicodipendenti si bucano in silenzio.

Che tipo di musica fate?

Noi proponiamo musica acustica, jazz, classica, non ti succederà di entrare qui e trovare un rave. Facciamo letture di testi chiamando degli attori a recitarli. Abbiamo attaccato gli amplificatori alla filodiffusione, chiamato un tecnico a fare una perizia ma non abbiamo ottenuto accesso all’edificio dal quale sono venute le lamentele. Abbiamo ricevuto anche una multa perché recidivi. Qui il punto è capire perché un inquilino ha più potere contrattuale di una azienda che dà da mangiare a delle persone, che cerca di portare avanti un programma di riqualificazione utile alla comunità: se ce ne andiamo noi, qui dentro ci sono gli spacciatori.

E il comune cosa dice?

Ci siamo rivolti all’ufficio per l’ambiente, proponendo di fare solo musica classica e acustica, ci hanno risposto che non va bene perché potremmo comunque usare percussioni. Purtroppo questo è uno spazio interno, gli schiamazzi dei bambini già superano le norme di decibel.

Che mediazione sarebbe possibile?

Dovrebbe essere ITEA stessa a mediare, dato che gli inquilini degli edifici circostanti sono affittuari di sue strutture. Una insonorizzazione risolverebbe il problema, ma in questo caso, per sostenere le spese, sarebbe necessario un qualche tipo di aiuto economico.

Anche gli inquilini hanno però la loro parte di ragione...

Infatti la scelta sta al comune: vengono spesi soldi per dare alla città una dimensione internazionale, poi si ospita il Festival dell’economia e non c’è un locale che faccia cultura, che proponga musica live dopo cena. Assurdo no? A raccontarlo in altre città, non ti crederebbero.

A chi volete presentare la raccolta firme?

Verrà presentata alla provincia, il bando originario è loro, la nostra speranza è che possano cominciare un lavoro di mediazione utile a risolvere tutto per il meglio.

 

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