Una frattura su un piccolo omero racconta una storia di quasi seimila anni fa. È la più antica evidenza diretta finora documentata al mondo di un tentativo di assistere un parto difficile, scoperta grazie a una ricerca guidata dall’Università di Trento e pubblicata sul Journal of Archaeological Science: Reports.
Lo studio ha analizzato i resti di un neonato vissuto tra il 3932 e il 3653 a.C., rinvenuti nel sito archeologico di Ripari Alti, nella Valle di Lamen, nel Parco nazionale delle Dolomiti bellunesi. Attraverso analisi antropologiche, microscopia digitale e microscopia elettronica, i ricercatori sono riusciti a distinguere una frattura prodotta quando l’osso era ancora “fresco” da quelle causate dal tempo.
Secondo il gruppo di ricerca, coordinato da Omar Larentis del Laboratorio Bagolini dell’Università di Trento, la lesione dell’omero è compatibile con le sollecitazioni che possono verificarsi durante un parto particolarmente complesso e con un tentativo di estrazione manuale del neonato.
«La prova decisiva è arrivata dalla microscopia elettronica a scansione, che ha permesso di osservare minuscole scaglie invisibili a un normale microscopio e tipiche di una frattura avvenuta su osso fresco», spiega Larentis. «È la dimostrazione di una forza esercitata per affrontare un parto difficile, probabilmente accompagnato da manovre di estrazione».
La ricerca ha inoltre individuato sulle ossa del neonato tracce di stress nutrizionale o metabolico durante la gravidanza, che potrebbero indicare carenze alimentari della madre. Un elemento che offre nuove informazioni sulle condizioni di salute delle comunità alpine del Neolitico.
Per i ricercatori, il ritrovamento rappresenta uno dei casi più significativi finora conosciuti di trauma ostetrico in archeologia e testimonia come già quasi seimila anni fa esistesse una consapevolezza dei rischi del parto e la volontà di intervenire per salvare la madre e il bambino.
Lo studio rientra nel progetto internazionale UPLanD (Understanding the Pastoral Landscape of the Dolomiti Park), che vede la collaborazione tra l’Università di Trento, l’Università di Napoli Federico II e la Newcastle University, con il sostegno del Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi.