Russia e idrocarburi: la fortuna economica di un petrolist state

Origini e implicazioni della potenza economica russa

Russia e idrocarburi: la fortuna economica di un petrolist state

di Giulia I. Guerra

La Russia è stata definita in ambito giornalistico un petrolist state, uno stato petrolista, espressione che ha poi trovato fortuna in campo accademico per la capacità di esprimere in modo immediato e semplice le principali caratteristiche del Paese. Di fatto, il sistema economico e politico della Federazione russa si regge da quasi un secolo sulla produzione e commercio degli idrocarburi, al punto che oggi il benessere della popolazione e la sua prosperità sono strettamente legati al mercato delle risorse energetiche.

 

Il tallone d’Achille di un “petrolist state”

Ha origine negli anni ’30 la fortuna economica dell’industria nazionale: il paese diviene il primo produttore al mondo di combustibili fossili, dal petrolio al gas naturale, le cui rendite sulle esportazioni sono ad oggi la principale fonte di entrate per l’economia nazionale.

Per rendere un’idea dell’importanza di questo commercio per il Paese, l’Energy Information Agency, agenzia statunitense sull’energia, ha stimato che nel 2013 il 68 % delle entrate totali dell’export russo proveniva dalla vendita di petrolio e gas naturale, per un totale di 356 miliardi di dollari.

Ciò significa, tuttavia, che l’economia domestica risente fortemente della volatilità dei prezzi sul mercato di petrolio e materie prime, fattore che secondo molti esperti è stato decisivo nel crollo dell’URSS.

Nei fatti, negli anni ’80 il prezzo del petrolio iniziò pericolosamente a scendere, tanto che nel 1986 il paese perse il 75% dei suoi profitti derivanti dalle esportazioni, e nel 1999, al termine della presidenza Yeltsin, il 40% dei russi viveva sotto il livello di povertà, il 13% era disoccupato, mentre il debito pubblico aveva raggiunto il 92%.

 

Una potenza resiliente

La Russia è una nazione straordinariamente resiliente, ossia capace di risollevarsi da gravi e profonde situazioni di crisi, riorganizzando le proprie forze interne.

È quanto accaduto negli anni ’30 dello scorso secolo, quando il riassetto politico ed economico del Paese sotto bandiera bolscevica ha trasformato la regione meno industrializzata e più povera del vecchio continente in un’autarchia dai meccanismi ben congeniati. È quanto sta accadendo oggi, con una sostenuta ripresa economica dopo il duro triennio 2013-2016, segnato dal crollo dei prezzi di materie prime e petrolio, cui la Russia è terzo esportatore al mondo, e dalle sanzioni imposte dall’Unione Europea a partire dal 2014, anno dell’invasione e annessione della penisola di Crimea. In questo periodo, il Cremlino ha investito circa due terzi delle riserve statali per coprire il deficit di bilancio pubblico, elemento che ha fatto ritornare la paura della recessione fra la popolazione.

Questi elementi hanno causato una forte contrazione dell’economia domestica, e sono funti da campanello d’allarme per le autorità della Federazione russa, che hanno dunque avviato un’importante stagione di investimenti per riorganizzare i settori strategici per la prosperità del Paese.

 

Rapporti incrinati con l’Unione Europea

Ad oggi, l’Unione europea è il principale acquirente di risorse energetiche della Russia, soprattutto per quanto riguarda il gas naturale per Germania, Italia e Polonia. Tuttavia, l’opposizione dell’UE al regime di Putin, secondo solo a Stalin per longevità al governo del paese, sta ricollocando le prerogative di ambo le parti. Le elezioni presidenziali del 2000 hanno infatti inaugurato l’ascesa dell’attuale leader Vladimir Putin, che non ha mai mascherato una certa aggressività nelle relazioni con i propri oppositori politici, e spesso con gli altri stati.

Il Ministero delle Finanze del Cremlino ha dichiarato che nel solo 2014 la perdita economica dovuta alle sanzioni del blocco occidentale è stata pari a 40 miliardi di dollari, ma l’incertezza sui rapporti economici con l’UE è dettata anche dal fatto che proprio l’Unione europea sta investendo nella ricerca di soluzioni green alternative agli idrocarburi per soddisfare il proprio bisogno energetico, e sta orientando i propri approvvigionamenti energetici presso stati più attenti al rispetto dei diritti umani e delle libertà individuali, trovando un compromesso fra etica e utilità.

 

Proiettati verso la crescita: quali implicazioni per il mondo?

Il Cremlino ha quindi rivisto la trama delle proprie alleanze strategiche, intensificando la collaborazione con la Cina di Xi Jinping, affamata di risorse energetiche, e spezzando progressivamente la relazione di dipendenza economica dall’UE. Nel triennio 2017-2019, il volume d’affari fra UE e Russia ammonta ancora a ben il 59% delle entrate totali russe sull’export di petrolio, ma è sceso del 3,2% rispetto al triennio precedente. A salire sono invece gli scambi con la Cina, con il quale si registra un +48,1% per import di combustibili fossili, e con Turchia e India, che registrano rispettivamente +78,2% e + 37,5% sugli stessi beni.

In questo modo, il regime di Vladimir Putin si è posto nella condizione di perseguire i propri interessi nazionali senza preoccuparsi troppo di eventuali ricadute sull’economia domestica, mentre il suo potere si intensifica di pari passo con la crescita del PIL, stimata al 2,8 % per il 2022, resiliente nonostante lo shock causato dal Covid-19 nell’arco del 2020, che ha fatto registrare un -4%.

Ma una Russia sempre meno dipendente dai commerci occidentali è un attore potenzialmente capace di agire a scapito dei propri vicini e non solo, ergo riemergono i timori sulle conseguenze di un suo riposizionamento strategico sul piano delle superpotenze, ad oggi occupato da Cina e Stati Uniti.

Un riposizionamento che sembra richiamare la configurazione strategica dello scacchiere internazionale nel periodo della Guerra Fredda, che dunque apre il dibattito sul modo in cui il passato conflitto diplomatico (evidentemente non ancora superato) potrebbe venir condotto oggi in un mondo di nazioni estremamente interdipendenti, con un’Europa più forte che in passato e un Medio Oriente strategicamente posizionato fra i due blocchi.

 

Per approfondire: Snow D. M., Cases in international relations, Lanham: Rowman & Littlefield, seventh edition (2018), pp. 32 – 39

Gurvicha E. & Prilepskiya I. (2015). The impact of financial sanctions on the Russian economy. Russian Journal of Economics, Volume 1, Issue 4, December 2015.

Elagina D., Energy exports share in Russia 2006-2019, by destination, 9 November 2020, https://www.statista.com/statistics/1049155/russia-energy-products-share-in-exports-by-destination 

 


 

 

 

 

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