Il pubblico della poesia#11: Tommaso Di Dio

Una riflessione collettiva. Undicesima puntata

Il pubblico della poesia#11: Tommaso Di Dio

 

 

di Adriano Cataldo

 

La poesia fa male

Nanni Balestrini


 

Per costruire questa piccola rubrica ci siamo posti una domanda: quali sono i confini della poesia?

In un mondo in cui il richiamo ai confini è spesso connotato all’esclusione, proponiamo all’opposto un ragionamento volto a ciò che possa accomunare le diverse realtà che operano nell’universo poetico italiano.

Non è nostro obiettivo stabilire una definizione di poesia, vogliamo invece parlare del suo pubblico. Il punto di partenza è un testo molto famoso del poeta Nanni Balestrini. In questo testo viene evidenziata l’esistenza di un “patto” tra chi fa poesia e chi ne fruisce. In questa prospettiva, risulta di fondamentale importanza capire i meccanismi di questa relazione pubblico-poeta, perché può dire molto sul fare poesia.

Come altre forme d’arte, l’universo poetico vive a nostro avviso una forte lacerazione.

Da un lato, si vede un’apertura molto forte al fare poesia, veicolata parzialmente dai nuovi media. Un’apertura orizzontale, che risponde alle necessità che hanno gli individui di esprimersi e di trovare parole per comprendere il proprio tempo. Un’urgenza che spesso non tiene conto della qualità del testo poetico.

Dall’altro lato, esiste un forte richiamo alla qualità del testo poetico, un’apertura verticale, che secondo alcuni dovrebbe rappresentare il confine per stabilire cosa sia davvero la poesia, per distinguerla dalla scrittura non-poetica, oppure da quella di poco pregio.

In base ai due diversi gradi di apertura, si possono identificare dal nostro punto di vista due tipi di poesia: una popolare e una laureata. Si tratta di due categorie analitiche, esemplificative, che servono per orientarsi, ma che nella realtà sono più sfumate.

Partendo da questo scenario, intervisteremo diversi esponenti del mondo poetico (poeti e poetesse, organizzatori e organizzatrici di eventi, critici e critiche) e ragioneremo sulle possibili differenze tra poesia popolare e laureata.

Dopo Lia Galli, il nostro undicesimo ospite è Tommaso Di Dio, nato nel 1982, vive e lavora a Milano. È autore di alcuni libri di poesia fra cui Favole, (Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti) e Tua e di tutti, (Lietocolle Pordenonelegge, 2014). È giurato dei premi Franco Fortini e Premio Pordenonelegge Poesia. Insieme a Florinda Cambria e Carlo Sini, è membro del comitato scientifico del laboratorio di filosofia e cultura Mechrí ed è tra i fondatori della rivista di poesia e arte Ultima. È uscito per l’editore Interlinea da pochi mesi il suo ultimo libro di poesia: Verso le stelle glaciali.

(Tommaso Di Dio, foto di Riccardo Frolloni)

Cosa spiega il successo della poesia popolare, in termini di vendite e copertura mediatica, nonostante la scarsa qualità dei testi?

Mi è davvero difficile rispondere a questa domanda. Mi domando infatti oggi cosa si possa intendere esattamente con l'espressione “poesia popolare”. Di “poesia popolare” si è discusso forse (ma già senza troppa innocenza) fino ai primi decenni del '900, quando c'era ancora un “popolo” che si esprimeva, quasi senza accesso all'istruzione, al di fuori dei canali della cultura alfabetica ufficiale. Con “poesia popolare” si potevano intendere gli stornelli, le ottave, insomma la lingua che la gente adoperava e con cui cantava, si divertiva, pregava e discuteva nelle piazze delle nostre città o per le campagne, magari durante le feste di paese. In questo senso Delio Tessa ha scritto: «Maestro è il Popolo che parla». Oggi esiste qualcosa del genere? Nessuna “poesia” a me pare risponda a queste caratteristiche. Con il fascismo è divenuto chiaro quanto la cultura popolare sia stata irregimentata e inserita all'interno della propaganda di partito; ad essa, è subentrata nel dopoguerra l'estensione globale del neoliberismo che ha pervaso quasi ogni nostro ambito di vita. Qualcosa di “popolare” in Europa ha resistito fino agli anni '70, ma già a quell'epoca ci troviamo di fronte o a reperti residuali o a tentativi di ritorno ad una presupposta originalità, ma già tutta dentro l'ideologia (in Italia penso all'esperienza assai interessante della Nuova Compagnia di Canto Popolare). Certo, sto semplificando: esistono ancora ed è possibile lottare perché abbiano voce e spazio micropopoli e microcomunità; e in un certo senso oggi – e domani lo saremo sempre più – siamo tutti immersi in nicchie, bolle fra loro poste in reti di relazioni più o meno dense. Ma – se ho capito bene a cosa tu ti stia riferendo – credo che oggi sia più corretto parlare di “poesia di massa”: cioè di una scrittura pensata e strutturata (e dunque promossa) perché sia condivisa come “prodotto” all'interno del pubblico-massa che non è più composto da lettori, ma da “consumatori”, da “utenti” di un particolare servizio, targettizzati mediante algoritmi. Oggi – per estremizzare – il campo in cui siamo immersi è fra massa e individui, la cui unica mediazione è la merce. Non mi meraviglio affatto allora che da qualche anno in Italia, come già successo altrove (ma non in eguale modo), anche la poesia sia stata brandizzata e sia dunque diventata oggetto di alcuni (peraltro modesti) progetti commerciali, che essendo fatti e pensati per essere venduti, in effetti vendono. La tua domanda potrebbe essere rovesciata così: perché i panini di McDonald, pur essendo di bassa qualità, piacciono così tanto? Considerare una figura (come per esempio Giò Evan) alla stregua di un autore a me sembra radicalmente sbagliato: è un prodotto. Lo stesso sarebbe considerare Fedez come un musicista: è un prodotto. La chiave per comprendere una così ampia diffusione è che (come il panino del McDonald) ad essere vendute non sono le parole (ovvero la #poesia, con l'hashtag), ma il “fenomeno Giò Evan”, lo “spettacolo Giò Evan”, di cui le parole sono soltanto un modesto e marginale componente. Così come nessuno, se vuole mangiare un buon panino va da McDonald, nessuno che abbia voglia di una “buona poesia” si rivolgerebbe ad un prodotto così scarso (pur dandosi il caso assai frequente nella società in cui viviamo e che Baudelaire aveva così ben compreso, del piacere del farsi del male: ma questo è un altro discorso); il punto è che per conoscere cosa sia una “buona poesia” devi averne fatto esperienza: e come si fa? In quali luoghi oggi in Italia è concretamente possibile fare esperienza della poesia? Questo è un problema: la sistematica espulsione non dell'arte, ma dell'esperienza dell'arte dai luoghi di mediazione (scuole, TV, social ecc.) ha fatto sì che quasi nessuno oggi sappia decodificare da sé un'opera d'arte, mentre ha familiarità estrema e continua, incentivata e in ogni dove promossa, con la fruizione dei prodotti: ci si riconosce subito davanti ad un prodotto. I prodotti sono la nostra casa: ci identificano. Ed ecco come mai è più facile promuovere la diffusione di un prodotto che di un'esperienza artistica, la cui assiologia è peculiare: è infatti – per così dire – una merce infinita.

Esiste qualche esempio di buona poesia capace di raggiungere un pubblico più ampio?

Nella risposta precedente ho semplificato processi molto complessi. Questa tua seconda domanda mi dà la possibilità di specificare un po' meglio. Se la capacità di vivere l'esperienza di un'opera d'arte e di riconoscerla è affidata sostanzialmente al caso o al destino imperscrutabile che ci assegna una certa predisposizione, esistono ancora forme di mediazione che in parte sono avulse dal consumo immediato. Per esempio in Italia la scuola pubblica, pur con i suoi terribili problemi, ancora è uno spazio dove una serie di persone (non utenti, non consumatori) possono incontrare esperienze umane culturalmente rilevanti. La scuola è un luogo dove alcuni dei poeti di maggiore importanza nella nostra storia sono sistematicamente offerti allo sguardo e trovano così ampissima diffusione; purtroppo coloro che dovrebbero incarnare queste forme di mediazione non sono sempre degni del ruolo e da qui le molte difficoltà. Ma ci sono casi positivi e andrebbero incentivati: esistono molte scuole in cui sistematicamente anche poeti viventi sono invitati a parlare dei poeti della nostra tradizione ed è sicuramente un bene, un modo per sopperire alla mancanza totale di un'informazione sui luoghi e sugli spazi dove la poesia è accessibile. Non dobbiamo dimenticare che la potenza di un'opera d'arte (quindi anche della poesia) non si misura in una generazione, ma nei secoli. Assumendo, anche per un istante, il criterio quantitativo come quello di riferimento, Seneca tragico o Dante, Goethe come Shakespeare sono stati letti da molte più persone di quante possa esserlo qualsiasi scrittore di successo nel nostro tempo. La poesia di Virgilio ha dietro di noi e spero davanti a sé i millenni. La nostra unità di misura è completamente appiattita da una visione mercantilistica che vede nel numero e nella quantità il solo valore possibile; mentre l'arte si definisce per una certa qualità dell'esperienza, completamente sconnessa dalla sua quantità. È questa che va preservata; e questa che va insegnata e tramandata: questa va trasformata. E poi nessuno si domanda se il Padre nostro abbia successo o meno: è una preghiera e, come tale, è in una dimensione che trascende l'aspetto commerciale. Resta a disposizione di infinite mercificazioni proprio perché non è una merce. Per quanto riguarda la poesia, il discorso non è così dissimile: la poesia è una forma di discorso eseguita senza scopo di lucro (semmai: sprecando ogni lucro), la cui memoria è tramandata da una comunità che in questo esercizio di ripetizione si identifica e si riconosce. È una forma di parola in cui si è, in senso pieno: in cui si vive e ci si scopre viventi in una comunità di morti e, dunque, mortali in una comunità di vivi. In questa radice, la poesia europea è del tutto simile ai canti delle tribù primitive la cui intensità e il cui valore non si possono misurare con l'ampiezza della loro diffusione, ma col valore identitario che a loro è attribuito. Ma la poesia ha un valore antropogenico che supera la stessa identità etnica da cui proviene: riguarda un certo modo di vivere dell'homo sapiens. La poesia ha nel proprio centro la scoperta da parte dell'animale homo della propria mortalità. Da qui, il legame millenario fra fiato, metrica e poesia. In questo senso, è uno strumento capace di generare, in chi la pratica, l'avvertimento del fiato che finisce.

Ci sono casi straordinari in cui, anche nell'Occidente anestetizzato e un po' inebetito, le persone si riuniscono intorno ad un fatto che da tutti è avvertito come decisivo, ultimativo; e allora tornano ad avere il bisogno di un'opera d'arte: tornano a sentire la necessità di un discorso che gli doni la percezione di essere vivi insieme e unici, fragili. È stato il caso del grande successo di portata mondiale della poesia Prova a cantare il mondo mutilato di Adam Zagajewski che è seguito dopo l'attentato alle torri gemelle di venti anni fa. Spesso chi vive o ha vissuto un grande dolore ha chiarissimo il senso dell'esperienza dell'arte; e sa ritrovare se stesso in dialogo con le moltitudini di chi non è più. In questo senso, prima di chiedere se esista una “buona poesia”, può essere un esercizio (e lo dico anche a me) riflettere su cosa chiediamo ad un'opera d'arte: spostare l'attenzione dall'opera a noi, verso la posizione da cui muoviamo. Chi siamo? Cosa chiediamo? Perché abbiamo o non abbiamo più bisogno di una parola che ci faccia vedere la vita in cui viviamo? Se non si arriva ad una poesia con una domanda vera, profonda, radicata nella propria esistenza, nessuna opera ci potrà rispondere mai. Spesso nell'arte cerchiamo soltanto un motivo in più per distrarci.

La "poesia laureata" può avere un impatto sociale?

Sia Montale che Quasimodo non fecero mai l'università, neppure Caproni. Uno dei poeti più straordinari del '900, morto solo qualche anno fa, Luigi di Ruscio, aveva soltanto la licenza di quinta elementare. Non esiste a mio modo di vedere da una parte una poesia per il popolo e dall'altra una poesia colta. C'è la poesia, con la minuscola, sempre tesa nella ricerca di una forma possibile, tesa internamente alla propria pluralità esondante. Il rapporto fra poesia e cultura ufficiale è per questo complesso. Spesso (ma non sempre), come ho sentito ribadire recentemente dal poeta e critico Guido Mazzoni, la poesia nasce da un istinto antisociale, da una sorta di forza anarchica che spesso non sta nelle strutture e nei limiti che una società offre in un certo tempo. Pensiamo a Osip Mandel'stam o, per un esempio assai diverso, Dino Campana. Spesso (ma non sempre, anche qui) la migliore poesia di un'epoca non è conosciuta dai propri contemporanei. Giosuè Carducci fu un grande poeta e fu conosciuto; ugualmente fu per Mario Luzi, per Franco Fortini. Beppe Salvia pure è stato un grande poeta, Giuliano Mesa anche: ma pochi oggi li conoscono. Forse domani non sarà così: Leopardi è più noto adesso di quando era vivo, così anche Orazio. Cosa dire allora? Si fa quello che si può. È certo un bene trovare e ampliare gli spazi della diffusione della poesia; soprattutto è giusto e legittimo chiedere che la poesia a cui si attribuisce maggiore valore nel tempo abbia la possibilità di essere messa a disposizione del maggior numero di persone possibili. C'è in Italia un paradosso: i poeti, coloro che lavorano alla massima intensità sulla lingua italiana, sono proprio coloro che sono meno raggiungibili dalla comunità dei parlanti. E se crediamo – come anche le neuroscienze stanno confermando, ma già l'umanesimo e il pensiero classico avevano presupposto – che la conoscenza della lingua, la profondità della sua percezione, sia proporzionale alla capacità di azione, è chiaro che si profila un problema politico. È necessario restituire ai parlanti la propria lingua: restituire a chi parla italiano la consapevolezza di cosa questa lingua sia e di cosa si possa pensare e sentire attraverso questa lingua. C'è tutto un mondo che è stato sottratto (per incuria e per dolo) ai parlanti italiani e che merita di essere loro restituito. I poeti, innocenti o colpevoli che siano, forse non provano a fare che questo.

 

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