Trivelle: perché sì, perché no

Confrontiamo le ragioni dei due fronti a poche ore dal voto.

Trivelle: perché sì, perché no

Leonardo Tosi

Mancano ormai pochissimi giorni al referendum di domenica 17 aprile: cerchiamo quindi, dopo aver spiegato la materia del voto, di fare chiarezza sulle ragioni per votare SI o NO.

Il fronte dei favorevoli al SI è composto dalle maggiori associazioni ambientaliste (Wwf, Legambiente, Greenpeace), dai consigli delle 9 regioni che hanno proposto il referendum e da una rete di comitati, provenienti principalmente dalle regioni interessate, riuniti nel movimento nazionale NoTriv. Hanno manifestato il loro appoggio alla causa il Movimento 5 stelle, Sinistra italiana e Possibile, oltre che frange del PD e esponenti del centro destra (i presidenti di regione Zaia e Toti).

Perché SI:

  • Possibili danni ambientali e rischi per la fauna: continuare con le trivellazioni sarebbe un grave danno per la pesca ed il turismo, a causa dell'inquinamento e dei rischi per le coste italiane;

  • Gli unici che guadagnerebbero da questa situazione sono i petrolieri, che in Italia, pagano le royalties (diritti di estrazione) più basse al mondo (7% di quanto estratto);

  • Una picccola percentuale di rischio di danni ambientali è sempre presente, non corrisposta però da un significativo guadagno economico che la giustifichi;

  • Last but not least: per ammissione degli stessi promotori, il referendum è soprattutto un atto politico per mandare un messaggio al governo; è necessaria una svolta nella strategia italiana, arretrata rispetto al resto d'Europa, perché si punti decisamente sulle fonti di energia rinnovabile, come prescritto dalla conferenza sul clima di Parigi.

 

Il fronte del NO è composto, oltre che dai petrolieri, da Matteo Renzi e dal governo italiano, che non si sono espressi per il no, ma ritengono il voto politicizzato e dalle conseguenze poco rilevanti. Sostenitori sono sorti anche tra le fila della CGIL, preoccupata da un'eventuale perdita di posti di lavoro. L'ex deputato Gianfranco Borghini ha fondato un comitato contro il referendum, “Ottimisti e razionali”.

Perché NO:

  • Perdita di lavoro e investimenti: oltre a vanificare una serie di investimenti mirati operati nel tempo, la vittoria del si, sia secondo la CGIL che secondo “Ottimisti e razionali”, provocherebbe una drastica riduzione di posti di lavoro in un settore che occupa circa 40mila persone;

  • Fabbisogno energetico: mantenere le piattaforme consentirebbe una minore importazione dall'estero, con una conseguente diminuzione delle spese, e permetterebbe al Paese di poter contare su una riserva significativa in eventuali casi di emergenza;

  • Rischio di incidenti non significativo: anche i comitati per il SI ammettono che è impossibile che in Italia si verifichino disastri di grande portata (vedi Golfo del Messico 2010) e, come si evince dagli studi pubblicati, il tasso di inquinamento nelle zone osservate, sebbene sia leggermente più elevato del consentito, non raggiunge livelli preoccupanti e tali da giustificare una chiusura delle piattaforme;

  • Fattore trivelle” e decrescita del turismo, analizzando i dati, non sono collegabili.

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