Schiavitù e prostituzione a Trento

Intervista ad Allegra Calabrese, volontaria di " L'Altra Strada"

Schiavitù e prostituzione a Trento

In ogni città d’Italia c’è almeno una via in cui tutti sanno che ci sono le prostitute. Tanto che questa presenza fissa ha smesso di sconvolgere e sollevare domande, anche se delle donne che si prostituiscono non si sa quasi nulla e il passaggio dall’ignoranza generale al sentimento di repulsione, spesso, è breve.  Finché le prostitute rimangono nella solite vie note, l’abitudine le rende quasi invisibili; la loro presenza torna ad essere visibile quando si spostano da quei luoghi. A Trento è successo nel momento  in cui le prostitute di via Tommaso Gar hanno cominciato a usare i bagni dell’Università di Lettere nella stessa via, in alcuni casi, si è detto, come luogo “per esercitare”. Il problema è stato affrontato dalla direzione del dipartimento limitando l’accesso ai bagni del primo piano ai soli studenti universitari, muniti di badge. In questo modo, l’università ha allontanato dai suoi spazi un problema che tuttavia continua a sussistere al di fuori di essa.

Fortunatamente l’indifferenza e l’ignoranza non sono generalizzate, ma anche a Trento c’è chi ha voglia di andare oltre gli stereotipi e capire chi sono le prostitute, quali storie e quali scelte (se ce ne sono state) le hanno portate sulla strada. Se ne occupa L’Altra Strada, associazione fondata nel 2003 da un gruppo di dieci persone. Allegra Calabrese, una delle volontarie, spiega come opera l’associazione. “Si parte dal dialogo con le prostitute, spesso vittime di tratta. Un tè caldo e qualche altro genere di conforto possono essere un buon pretesto per iniziare una conversazione. Dalla diffidenza iniziale si passa ad un dialogo costante e in alcuni casi si arriva a liberare la prostituta dallo sfruttamento" -spiega Allegra. 

“Parlando con loro, si capisce che le condizioni delle prostitute vittime di tratta non sono uguali: dipende dalla loro provenienza, e dal tipo di organizzazione criminale che le controlla.”

Prostituirsi non sempre è una scelta. Anzi, nel caso delle nigeriane vittime di tratta, parlare di scelta sarebbe un eufemismo. Di recente, come ha specificato Andrea Cauduro, dottore di ricerca in Criminologia presso l’Università di Giurisprudenza a Trento,  si è rilevato che sempre più donne partono con la consapevolezza che andranno a prostituirsi. Ciò che non sanno sono le condizioni di violenza e sfruttamento in cui incorreranno, quale sarà il prezzo dell’emancipazione. “È psicologica la violenza alla quale vengono sottoposte le nigeriane, minacciate di conseguenze terribili per loro e per la loro famiglia dallo sfruttatore (di solito una donna, la “maman”) attraverso riti voodoo.” Dalla prostituzione si passa alla schiavitù strumentalizzando il credo.

Diverso il trattamento delle donne dell’Est, che sono consapevoli di ciò che andranno a fare e mirano a rimanere in Italia solo qualche anno per incrementare i guadagni e poi tornare a casa. Anche in questo caso, la schiavitù è l’incognita. La violenza su di loro è fisica, come chiarisce Allegra. “Vengono picchiate e minacciate. Mancando il vincolo psicologico, gli sfruttatori sono più diffidenti: le accompagnano personalmente sul luogo di lavoro. Per cautelarsi, le spostano saltuariamente da una città all’altra.Per questo, per i volontari dell’Altra Strada è più difficile costruire con loro un legame duraturo.”

Diverso ancora è il caso delle prostitute di via Tommaso Gar, di origine Rom, fatto che rende il rapporto con la comunità trentina ancora più complesso.

Per aiutare le prostitute ad uscire dallo sfruttamento, l’Altra Strada considera fondamentale il rapporto con le istituzioni. Innanzitutto aiutando le donne a compilare curriculum e inviarli alle Agenzie per il Lavoro o alla Caritas, ma anche attraverso un coordinamento con le forze dell’ordine. Il fatto di fare da tramite è fondamentale per ovviare alle barriere linguistiche ma anche perché le ragazze da sole -specie se sottoposte a minaccia- non prenderebbero l’iniziativa della denuncia.  Queste, spesso, sono all’oscuro del trattamento favorevole che la legge italiana (legge n. 228/2003) riconosce alle vittime di tratta, ovvero della possibilità di ottenere un permesso di soggiorno di sei mesi per motivi umanitari, prorogabile in sede di collaborazione giudiziaria. Sempre allo scopo di dialogare con le istituzioni, l’Altra Strada fa parte del “Tavolo tratta” ,un fronte comune composto da organismi provinciali e comunali e associazioni, che si impegna nel monitoraggio, nell’ascolto e nell’aiuto delle vittime di tratta. 

(Carlotta Garofalo)

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