Rampini parla del nostro futuro al Festival dell'economia

Rampini parla del nostro futuro al Festival dell'economia
OCCIDENTE ESTREMO: VI RACCONTO IL NOSTRO FUTURO

Difficile riassumere in poche righe quello che è accaduto al Teatro Sociale la scorsa sera (giovedi 30 maggio) in occasione del Festival dell'economia, una magia fatta di gesti, parole e musica. Chi ha tenuto l’intero teatro in sospeso per tre ore è Federico Rampini, giornalista e scrittore, corrispondente de La Repubblica da New York e, precedentemente da Los Angeles e Pechino. E' infatti attraverso queste tre grandi metropoli che si snoda il suo racconto: tre atti intervallati da un accompagnamento musicale inedito e suggestivo grazie al talento di Dino De Palma (violino e violino cinese) e Veronica Granatiero (canto). Il sipario si apre sulla San Francisco degli anni ‘70, culla del California dream, della Silicon Valley, delle prime rivoluzioni tecnologiche, dei movimenti gay, hippy, femministi e proto-ambientalisti. Per dirla con le parole dello stesso giornalista: “San Francisco in quegli anni è l’estremo occidente perché è l’epicentro di tutto quello che nasce di nuovo alla frontiera della nostra civiltà”.
Eppure anche qui le contraddizioni non mancano, essendo stata sia laboratorio poltico per esperimenti conservatori che hanno segnato il capitalismo americano (vedi Reagan), sia teatro del primo devastante fenomeno di delocalizzazione della storia che vide migliaia di operai della Rust belt emigrare in massa nella Sun Belt (west coast), abbandonando così ogni pretesa sindacale faticosamente acquisita per avventurarsi in una terra in cui i diritti dei lavoratori erano sconosciuti. È paradossale pensare oggi che “tutte le grandi imprese innovative germinate in California che hanno rivoluzionato il mondo intero (Google, Apple, Microsoft etc..) sono nate in un’assenza totale di organizzazione collettiva dei lavoratori”.
Riprendendo la  narrazione, sul filo della memoria, Rampini ricorda quando, ventenne e sognatore, per la prima volta mise piede sul suolo americano, dopo aver contraffatto i documenti perché non risultasse la sua iscrizione al partito comunista, salvo confessarlo 20 anni dopo ad un funzionario cino-americano durante il colloquio per il permesso di soggiorno. Da questo episodio prende spunto per ribadire uno dei grandi punti di forza degli States:  “solo in America può accadere che un esame per l’immigrazione lo conduca un cinese ad un italiano e tutti e due in qualche modo segnati dalla storia comunista. E solo in America 5 anni di permesso di soggiorno ti danno diritto alla cittadinanza.”

Terminato il primo atto con un intermezzo musicale blueseggiante, Rampini si trasferisce a New York, non prima di essersi concesso alcuni minuti di sana invettiva contro il più evidente sintomo del degrado della società americana: l’obesità. Obesità come risvolto drammatico di un consumismo malato e sfrenato che invece di essere curato viene assecondato. Persino i cinema si sono adattati alla logica dell'extra-size con le nuove poltrone enormi e il tanfo perenne di popcorn burrosi che aleggia nelle sale, dove si è addirittura costretti ad aumentare l’audio per coprire il rumore degli spettatori-ruminanti. Ma tornando a New York, secondo Rampini è qui che possiamo ritrovare l’estremo occidente oggi. Perché, nonostante la crisi che si respira, nonostante il disagio sociale dei "culi sfondati" e delle minoranze inascoltate, tutto quello che succede in questa città fa notizia: una foglia d’acero che cade a Central Park provoca un’onda d’aria che attraversa l’oceano. E dunque, sembra dirci Rampini, se l’America è in declino, la sua resta pur sempre una magnifica decadenza. In effetti New York non è mai stata così vitale, forse perché, come successe all’Austria degli Asburgo, solo quando è in crisi un impero inizia a sperimentare, si rimette in discussione, fa incroci e si apre alle contaminazioni dell’altro. “Nella conquista del mondo questo occidente ha dato il massimo delle sue potenzialità e ormai è al capolinea della sua egemonia e proprio per questo diventa il luogo dove ogni esperimento è consentito, nella società civile, nella cultura, nella scienza. Nell’inventare oggetti e tendenze, nuovi stili di vita, paradigmi sociali, i migliori rimangono gli americani, grazie anche ai talenti stranieri che adottano nella loro società aperta. Valori tipicamente
occidentale restano: la trasgressione, la libertà estrema e la tolleranza”.


Sulle note dolci del pianoforte, lasciata l'America di Gershwin e Ravel si volta pagina, o meglio, mappamondo e si finisce in Cina, Pechino. Inizia così il racconto di una civiltà antica e a tutt'oggi misteriosa e arcana per gli occidentali. Rampini tenta di spiegarcela attraverso una metafora architettonica: tutte le case tradizionali in Cina hanno le finestre che guardano sul giardino interno, nessuna che dia sull’esterno. Questo a testimonianza di un pudore innato dei suoi abitanti e allo stesso tempo spia di un popolo autosufficiente, consapevole della propria forza, che secoli prima si era chiuso su se stesso erigendo una muraglia, mentre oggi è pronto a riaprirsi. Basta guardarsi intorno, si è passati infatti da un’urbanistica orizzontale ad una verticale fatta di grattacieli a specchi, pieni di finestre che danno sull’esterno. Anche questo è il segno di una Cina autoritaria che ha subito una chirurgia sociale che ne ha amputato gran parte della memoria storica. Le naturali conseguenze sono l’accrescersi di tensioni sociali e la perdita di valori condivisi. Si chiede Rampini: "potrà la Cina del domani perseguire la strada della crescita sfrenata senza fare i conti col proprio "giardino interno"? senza fare i conti con i diritti umani?"

Proprio a cavallo tra questi due modelli, nella parte conclusiva, il giornalista si concentra sull’Europa. Europa e Stati uniti affrontano sfide simili, secondo lui. Questa crisi, scoppiata con i mutui subprime, è in realtà una concatenazione di shock : dal distrastro energetico ambientale, alla frattura demografica al declino dell’occidente come potere dell’uomo bianco. La situazione ricorda quella degli anni ’30. Oggi come allora, la causa profonda del dissesto economico è stata la forte diseguaglianza sociale. Da queste premesse appare evidente, secondo Rampini, che l’austerity non è la soluzione; infatti gli Stati Uniti, grazie alla politica di Obama, sulle orme di quella rooseveltiana, stanno investendo in crescita, innovazione e sviluppo e questo ha rimesso in moto il mercato, creando nuovi posti di lavoro, al contrario dell'Europa.
Il vero futuro, dice in un crescendo d’animazione, è rappresentato da quelle riforme dal basso che costano poco e non richiedono iter complessi, ma intelligenza. E cita Wikipedia, volontariato allo stato puro, pilastro della civiltà, nel senso della qualità di essere civili, di avere un atteggiamento educato e rispettoso verso le opinioni altrui. Il messaggio di speranza con cui Rampini ci lascia è che lavorando sulla qualità della conoscenza possiamo migliorare la società in cui viviamo. Messaggio che diventa quasi un atto di denuncia rivolto all’Italia che, famosa in tutto il mondo per la lirica, l’arte, il cibo, non può più permettersi di vivere sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto. Dobbiamo essere capaci di innovarci (il festival ne è un esempio) ed esportare quello che di buono abbiamo a partire ad asempio dalla qualità esistenziale, dall’abitabilità dei centri urbani, dalla bellezza preservata e restaurata che tutto il mondo ci invidia (soprattutto i turisti asiatici).
Queste le parole conclusive dell'incontro, lanciate come pillole di fiducia tra gli spettatori: ”Gli italiani del dopoguerra furono capaci di imprese eccezionali, furono i cinesi dell’Europa. Stupirono il mondo (..) I loro valori non sono scomparsi, li abbiamo dentro di noi, per affrontare il futuro cominciamo con il riscoprire la parte migliore del nostro passato. Perche la nostra storia oggi la cominciamo a scrivere qui”

di Carlotta Artioli

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