Un anno di cinema

Il meglio del 2019

Un anno di cinema

di Giacomo Ferri

 

Quando the weather outside is frightful, è facile accendere il computer e iniziare a scrivere. Il caldo delle stufe o dei termosifoni ispira sentimenti che ondeggiano quasi sempre tra il dolorosamente patetico e lo zuccheroso; a meno, naturalmente, di saper scrivere davvero bene. Chi non lo sa fare, ma si ostina a provarci (leggi: il sottoscritto) compila una lista. Lista di che cosa? Di film. Più precisamente, una lista dei migliori film usciti in Italia (al cinema o su Netflix) nel corso del 2019.

 

JOKER - Se sentite ancora nelle orecchie la risata agghiacciante di Joaquin Phoenix, allora il suo Joker ha fatto centro. Ed è strano che la DC abbia imbroccato un film, vero? Eppure è successo. È successo perché Joker non racconta affatto le origini dell’acerrimo rivale di Batman, ma la storia di un uomo mentalmente disturbato. E lo fa nel modo più cupo e sporco possibile. Cioè, nel modo migliore. Se tutti i cinecomic fossero così... Un monumento a Joaquin Phoenix, per favore.

 

IRISHMAN - Martin Scorsese se ne frega dell’età e sforna l’ennesimo capolavoro. Lo fa con il “suo” cinema, quello della malavita italo-americana, in un film-fiume di quasi tre ore e mezza. Tranquilli: volano leggerissime. Da applausi i tre attori protagonisti, cioè Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci. Dovrebbero inventare una categoria apposta per premiare con un Oscar tutti e tre.  

 

STORIA DI UN MATRIMONIO - Ecco che cosa possono fare due attori in forma smagliante (Adam Driver e Scarlett Johansson) e una sceneggiatura solidissima: un mezzo capolavoro. Cioè, Storia di un matrimonio. Nessuna luna di miele, però: al centro del film c’è, infatti, un divorzio e le conseguenze che questo ha sulle persone che lo vivono in prima persona. Principale merito del regista Noah Baumbach è quello di trattare in maniera sempre controllata una vicenda che poteva facilmente sfociare nel patetico.

 

PARASITE - Dalla Corea del Sud proviene il film dell’anno. Il regista Bong Joon-ho mescola commedia e dramma per offrire allo spettatore, nella maniera più incisiva possibile, una riflessione sulla società del nostro tempo e le sue disuguaglianze. Scritto e diretto divinamente, Parasite brilla anche grazie alle interpretazioni dei suoi protagonisti. In particolare, commuove Song Kang-ho, in grado di esprimere con delicatezza la dolorosa umiliazione di un padre incapace di mantenere la propria famiglia. 

 

IL COLPEVOLE - Ricordate Locke, film del 2013 diretto da Steven Knight? Benissimo. Lo svedese Gustav Möller ha ripreso quell’idea (un telefono, un unico ambiente e un attore) e vi ha costruito attorno un thriller da urlo, con un plot twist finale clamoroso. Inventiva e talento. La dimostrazione che non c’è bisogno di budget colossali per fare un bel film.

 

THE FOREST OF LOVE - Eccessivo, allucinato, dannatamente provocatorio, poetico, commovente, fastidioso, difficilmente digeribile, The Forest of Love è Sion Sono al 100%. Impossibile ridurre in tre righe due ore e mezza di delirio (di onnipotenza). Basti questo: è un film che non lascia indifferenti. 

 

LA CASA DI JACK - A Lars von Trier non è mai fregato granché degli spettatori, ma ha sempre fatto (nel bene o nel male) i film che ha voluto con pochissime concessioni. La casa di Jack, invece, stupisce: pur raccontando le vicende sanguinose di un serial-killer con disturbi psichici, il film fa qualche passo in più del solito verso il pubblico, risultando godibile, a tratti divertente (ma, a tratti, anche rivoltante) e intellettualmente intrigante, grazie al sottile autobiografismo che lo attraversa.

 

L’UFFICIALE E LA SPIA - Un film che racconta magnificamente la vicenda di Alfred Dreyfus, senza che Dreyfus si veda praticamente mai. Questo è l’ultimo film di Roman Polanski, L’ufficiale e la spia. Siamo dalle parti del legal-drama teso e avvincente, reso tale dal redivivo Jean Dujardin (interpreta il protagonista, l’ufficiale Picquart) e da una sceneggiatura priva di fronzoli. Vicende giudiziarie a parte, Polanski si conferma, superati gli 85 anni, un maestro del cinema.

 

C’ERA UNA VOLTA A HOLLYWOOD - Va visto per due motivi: Quentin e Tarantino. Punto.

 

IL PRIMO RE - Direte: cheppalle un film recitato in latino, per di più arcaico. Tutt’altro. Il latino (ma non solo quello: notevoli anche costumi e messa in scena) permette al regista Matteo Rovere di sfiorare un grado di realismo e fascino rari nel cinema italiano e che non vi deluderanno. L’unico “problema” è questo: Il primo re rimane un unicum all’interno della produzione nostrana. 

 

Siete d’accordo? Quali sono i film che avete amato di più in questo 2019? Fatecelo sapere!

 

 

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