West: il coraggio di dire no

West: il coraggio di dire no

“Mi chiamo Dorothy e ho 52 anni” cosi si presenta al pubblico l'attrice protagonista, una Francesca Mazza semplicemente superba (non per altro vincitrice del Premio Ubu 2010), in apertura dello spettacolo West ideato da Luigi De Angelis e Claudia Lagani e prodotto da Fanny & Alexander, tenutosi ieri al teatro Sanbapolis. L'ambientazione è ridotta al minimo: una sedia, un tavolo su cui Dorothy tamburella nervosamente le dita, e un perimetro a forma quadrata segnato dal nastro adesivo sul pavimento, quasi a formare un ring. Il tema dello spettacolo, o meglio, una traccia di lettura, viene condensato nella battuta che immediatamente segue la presentazione: “Il coraggio che voglio avere è quello di dire di no, perché dico troppi sì, e dicendoli abdico ai miei desideri, dico dei sì contro voglia, per essere ubbidiente, accettata, amata”. E dunque un'indagine nella difficile psicologia dell'individuo moderno, succube di una cultura, quella occidentale di stampo consumista (da qui il titolo, West), in cui “persuasori occulti” sono sempre in agguato per attirarci e guidarci nelle nostre scelte. La dolce Dorothy è una delle cavie scelte per un esperimento durante il quale sarà guidata da due voci, una maschile ed una femminile. La prima le suggerirà gesti, espressioni, movimenti da compiere, mentre la seconda suggerirà le parole da utilizzare. Alla lunga queste voci, alias i persuasori occulti (al pubblico è lasciata la libertà di identificarli in qualsiasi mezzo di comunicazione odierno), entrano in modo permanente nella mente di Dorothy, la quale si muove in modo schizofrenico, scindendo appunto parole da gesti, il contenuto dalla forma, quasi presa da una nevrosi compulsiva. Quello che rimane è unicamente il suo corpo, un oggetto scagliato nella storia come direbbe Pasolini, che si muove sulle linee immaginarie di quel ring in cui è confinato, ma l'identità, quella dov'è finita? E soprattutto, per riprendere il motivo iniziale, dov'è finito il coraggio di dire di no? La protagonista si trova vittima di una sbandierata libertà, sessuale in primis, che scopre rivelarsi in realtà più opprimente di qualsiasi giogo che si sconta sotto un formale regime: è la coartazione del pensiero unico, la stessa che porta ad accogliere un quasi sconosciuto nel proprio letto perché si sa che “ragazzi, posto universitario, continuo scambio di case...figurati, come fai a dire di no, dopo sembro quella che se la tira”. Ed ecco che pretesa libertà sessuale si trasforma in pornografia, la libertà nei supermercati in bulimia e in adorazione da parte di modelle scheletriche del dio del fitness. Dorothy dà voce a tutte queste complesse e diversificate nevrosi che assalgono tutti noi, sebbene ignari. In un monologo di un'ora, densissimo, la protagonista dà spazio alle diverse pulsioni che animano la nostra società contraddittoria, giungendo in extremis ad un mero esercizio di psittacismo, e cioè ripetendo meccanicamente ciò che le voci le suggeriscono. Passerà in rassegna cosa è normale e cosa è eccezionale, stabilendo che “il lavoro fisso, retribuito tutti i mesi, è normale, la maternità è normale, i vicini è normale, stare insieme tutta la vita alla persona che conosci da giovane è normale, la pasta è normale”, mentre eccezionale è “il cous cous, il sushi, conoscere persone diverse, il lavoro di un'attrice”. E così procedendo per binomi che fanno parte del nostro immaginario comune, o meglio che ci vengono imposti come tali, non si riesce ad avere il coraggio di dire di no, o quel che è peggio, non si riesce ad uscire dallo schema, a scegliere davvero liberamente. Il viaggio in questo psicodramma non sarebbe stato tale senza il magistrale accompagnamento musicale di Mirto Baliani che si adatta, esasperandolo, al turbamento della protagonista, alternando momenti di spannung, ad altri di ansia crescente, di vortici psichedelici in cui anche il pubblico si perde e ci si trova a trattenere il respiro senza saperlo, completamente assorbiti. Al termine di questo tourbillon, Dorothy ci lascia con un grido, a metà tra una speranza cavalcata e un invito alla ribellione: “L'immagine è zero, ascolta la tua sete”.

 

(C.A)

 

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