Regeni: la Comunità Europea deve farsi valere

Conferenza di Amnesty International a unibz

Regeni: la Comunità Europea deve farsi valere

di Nicola Pifferi

Il professor Vincenzo Della Sala e Lorenzo Ferrari, il primo professore sia di UniTn che di UniBz di Scienze Politiche e di Studi Internazionali, l’altro uno storico. Oggi siamo ad UniBz, parliamo di Giulio Regeni, parliamo della situazione tra Egitto e Italia, o, più in generale, tra Egitto e Unione Europea.

Parto da te, Lorenzo, che cosa sta accadendo, che cosa, molto velocemente, ci possiamo aspettare che stia per accadere?

LF: Quello che sta accadendo in Egitto è che la situazione sta peggiorando, invece di migliorare. Nelle ultime settimane o, addirittura, negli ultimi giorni la repressione nei confronti dei giornalisti e di chi fa satira e di chi fa informazione in Egitto e di chi si occupa delle vittime di tortura o delle vittime di sparizione forzata è peggiorata, con arresti nuovi e con nuovi ostacoli nei confronti delle attività di questi giornali e di queste organizzazioni, per cui le prospettive non sono delle migliori.

Queste prospettive, però, non sono limitate solo all’Egitto, si diceva prima. Giusto, professore?

VDS: Sì, è una questione regionale che tocca anche l’Europa, perché abbiamo dei rapporti con il Medio Oriente, con il Nord Africa, ma anche paesi come la Turchia, che in questi giorni se ne parla molto per quanto riguarda questioni che ci toccano direttamente, come dei flussi migratori.

Quale deve essere il ruolo della comunità internazionale e, diciamo, principalmente della Comunità Europea nella risoluzione di queste situazioni?

VDS: La comunità internazionale deve pensare a una strategia, a un piano a lungo termine, non soltanto per risolvere conflitti mediati come quello in Siria o in Libia, Yemen, ecc., ma deve essere una risposta che cerca di ricostruire l’economia, la società, le istituzioni e di farli entrare in una comunità più ampia regionale e anche internazionale.

Si parla tanto di Regeni, ma non si parla di altre situazioni simili. Perché?

LF: Perché riguardano gli egiziani. Naturalmente, è normale che in Italia si parli di più di Regeni, perché, appunto, è una storia che ci colpisce più direttamente ed è una storia individuale. È difficile parlare delle altre perché è difficile parlare di cinquecento storie, di cinquecento sparizioni forzate o di sceglierne una in particolare; però, quello che è importante, come stiamo facendo noi di Amnesty International e come sta facendo la stessa famiglia Regeni, è di inserire la vicenda di Giulio Regeni in un quadro più ampio e quindi ricordarsi che ogni giorno queste cose succedono in Egitto e ogni giorno, da mesi, le persone spariscono, vengono torturate, vengono uccise.

Manca qualcosa, forse, anche alla stampa?

LF: Un po’, naturalmente, c’è il problema generale della scarsa, o limitata, attenzione che la stampa dà nei confronti delle storie di Paesi esteri o di paesi del Medio Oriente o del Nord Africa. Tutto sommato, su questa vicenda egiziana, la stampa italiana quantomeno ha riservato una certa attenzione con delle inchieste e delle campagne dei giornali stessi: “La Repubblica” ha aderito alla campagna di Amnesty International, anzi l’ha lanciata insieme; “Il Corriere” ha fatto delle inchieste importanti, per cui un certo lavoro della stampa c’è stato, adesso l’importante è che l’attenzione rimanga.

Se da una parte la stampa ha fatto, forse, un buon lavoro, forse non solo per il caso Regeni, ma soprattutto, per esempio, in questi giorni si parla di Brennero, si parla del rapporto con l’Austria, nelle università se ne parla molto poco. Cosa manca?

VDS: È difficile, le università hanno tante altre cose… Del caso Regeni si è parlato un po’, ma può darsi non abbastanza. Credo che l’università, come le istituzioni, voglia fare finta che non ci sia un problema, che il problema è lontano, che è un problema isolato e, ogni tanto, come è successo nel caso di Regeni, può darsi che abbia toccato l’università più direttamente, ma è facile dimenticare i cinquecento egiziani, anche perché, può darsi, nelle università non facciamo abbastanza attenzione ad altre parti del mondo: parliamo molto dell’Europa ma non parliamo del Medio Oriente, dell’Asia, dell’America Latina.

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