La The Cinematic Orchestra non è un fast-food - Recensione

Il racconto della serata e alcune riflessioni a pancia vuota.

La The Cinematic Orchestra non è un fast-food - Recensione

di Michele Anesi | foto di Monica Condini

ANTIPASTO

La scorsa settimana, in occasione del secondo appuntamento della rassegna Jazz’About – creata e curata da Denis Longhi e dal Centro Servizi Culturali Santa Chiara – si è esibita la The Cinematic Orchestra, un sensazionale collettivo di talentuosi musicisti caratterizzati da un personalissimo approccio alla musica Jazz. Tra le molte tappe del loro European Tour 2015 figurava – incredibilmente – anche Trento: l’entusiasmo trascinante dei fan, una buona pubblicità e il sapore di unicità di questo evento hanno spinto più di 750 persone ad acquistare il biglietto: un numero non indifferente, questo, soprattutto se messo in relazione alla raffinatezza di espressione e all’acume stilistico necessario per cogliere appieno lo show messo in campo dall’orchestra. Andiamo a raccontare la serata. 

PRIMO PIATTO

Auditorium di Trento, un comodo posto non meglio precisato in centro sala. Con l’inizio della performance fissato per le 21, nessuno dei presenti si stupisce quando, alle 20.30, le luci diventano soffuse e la consolle sistemata a ridosso del palco si anima con un DJ che, con una vèrve assolutamente rispettosa del luogo e del variegato pubblico che sta ascoltando, presenta una selezione musicale artisticamente molto varia capace di spaziare disinvoltamente dalla World Music all’Hip Hop, dal Funk al Soul mantenendo sempre un’anima strumentale e analogica ideale per introdurre ciò che verrà dopo di lui. Kutmah – e qui mi concedo un piccolo passaggio tecnico per far capire la caratura artistica del personaggio – aveva una tecnica di missaggio assolutamente peculiare: supportato da due giradischi e un mixer utilizzati attraverso un sistema DVS, arricchiva i passaggi tra una traccia e l’altra con fx (soprattutto risers) e vocal (prevalentemente dialoghi tratti da film) con sferzate di reverb e delay che si intrecciavano con le tracce in sottofondo anche grazie ad avventurosi giochi di panning. Il fatto che questa esibizione fosse coscientemente “sporca”, spontanea e quasi mai perfetta dal punto di vista della messa a tempo dei brani è stato un ottimo modo per trasmettere un concetto di performance artistica svincolata dalla figura dello stereotipato DJ-Jukebox e vicina a quella del personaggio carismatico capace di irretire e sorprendere l’ascoltatore.

Con il passare dei minuti dopo le 21, anche a causa della mancata comunicazione da parte dell’organizzazione, il pubblico più adulto si comincia però a spazientire in maniera sempre crescente: il mancato inizio del concerto e la prosecuzione di Kutmah – da molti inquadrato come un semplice “tappabuchi” - viene percepito come un ritardo non giustificato. Alcuni arrivano anche a chiedere a voce alta il perché di questo “ritardo”. Io stesso, per alcuni momenti, sono stato sul punto di credere che ci fosse qualche tipo di problema. L’atteggiamento spazientito e scandalizzato da parte di alcuni, in parte giustificabile, rivela comunque lo scarso spessore culturale e la limitata apertura mentale presente in sala: senza addentrarsi in complicati ragionamenti basterebbe prosaicamente pensare che, se la Cinematic Orchestra ha selezionato questo DJ per aprire la serata, un perché ci deve per forza essere. Per scoprirlo, quindi, occorre drizzare le orecchie ed ascoltare, non di sicuro mettersi a borbottare con il vicino… ma andiamo oltre senza fare polemica.

SECONDO PIATTO

Alle 22 in punto, dopo tanti sospiri (non miei), il palco si riempie di vita e il pubblico si rilassa: più di una decina i musicisti presenti che, in ben due ore di intensa performance, dipingono un quadro musicale capace di andare ben oltre le mie aspettative. Tra solidità Nu Jazz, derive Trip Hop, sferzate Down Tempo e riprese Classic Jazz l’orizzonte musicale proposto si rivela ampio senza però sfociare in un “minestrone sonoro” senza capo nè coda. Si passa spesso, in un gioco di dinamiche perentoriamente condotto dal leader e fondatore Jason Swinscoe, da atmosfere intime e meditative in cui spadroneggiano archi, fiati e tastiere a momenti in cui la batteria, le percussioni e il basso si rincorrono concitatamente.

La durata dell’esibizione permette di dare sfoggio, senza mai sorpassare il sottile confine tra dimostrazione del proprio talento e autocelebrazione personale, di tutte le qualità canore e musicali degli artisti coinvolti. La coesione e il rispetto reciproco emergono anche dal modo in cui i protagonisti stanno sul palco: ogni volta che non è richiesto il contributo di uno strumento specifico, il relativo interprete lascia furtivamente il palco permettendo così al pubblico di concentrare la propria attenzione solo sui rimanenti, aumentando la sensazione di intimità con ciò che sta andando in scena. Al contrario, la presenza contemporanea di tutti i membri contribuiva a sottolineare l’impatto emotivo che il pezzo esprimeva. Una sorta di orgasmo musicale collettivo che era ben più grande della somma dei pesi specifici dei singoli interpreti.

DESSERT

Sebbene non mi senta padrone di un lessico specifico e di una cultura jazz—oriented per descrivere ancora più nei dettagli ciò che è accaduto sul palco – io normalmente mi occupo di musica elettronica -, mi sento invece a mio agio nel descrivere ciò che ho realizzato alla fine del concerto: se, molto spesso, i Dj Set di famosi artisti EDM assomigliano a una cena fast-food, al contrario questa esibizione si avvicina più a un genuino pasto della tradizione italiana. Mi spiego.

Capita di imbattersi in show musicalmente e tecnicamente ineccepibili, dove la musica, le luci, i visual e gli slogan dell’artista si compenetrano creando un mondo talmente perfetto, esatto e meccanico che rischia di essere sempre lo stesso in qualsiasi punto del pianeta esso si svolga. Come un panico del Mac: buonissimo, succulento e gordo ma uguale in qualsiasi Mac del mondo! La Cinematic Orchestra mi ha invece dato l’impressione di uno show sicuramente strutturato e preparato ma in cui l’umanità, il luogo e il fattore umano riuscivano a incidere in maniera più sostanziale sul cosa andava in scena e sul come ciò veniva interpretato. Come una pizza: la pizza è sempre la pizza, ma vuoi mettere quella cucinata in Italia con quella di qualsiasi altro paese al mondo? E’ un paragone stupido, lo so, ma questo mi è venuto in mente… sarà che avevo fame! Alla prossima cena ;) 

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