L’ascesa della Cina: un gigante dai piedi di creta – pt.2

La dipendenza energetica cinese dall’estero come ostacolo alla sua egemonia internazionale

L’ascesa della Cina: un gigante dai piedi di creta – pt.2

di Giulia Isabella Guerra

Nel precedente appuntamento abbiamo osservato come il problema della sovrappopolazione nello Stato cinese sia fonte di problemi politici e sociali, che minano al controllo effettivo del governo di Pechino sull’intero, vastissimo, territorio nazionale. Abbiamo perciò concluso che un Paese incapace di mantenere l’ordine al proprio interno possa difficilmente affermarsi come grande potenza sul piano internazionale, in quanto non potrebbe concentrare le proprie risorse nella gestione delle relazioni con gli altri Stati e la conservazione della propria egemonia.

Oggi trattiamo un ulteriore ostacolo cui la Cina deve far fronte: i deficit energetici interni, che la rendono dipendente dagli scambi con l’estero.

L’ascesa economica del drago

L’ascesa economica della Cina, come sottolinea l’esperto Donald M. Snow, nasce non con il piano maoista del Grande Balzo in avanti (che si rivela nella realtà dei fatti un disastroso eccidio di massa oltre che un improficuo piano economico) bensì con la stagione delle Quattro Modernizzazioni, avviata alla fine degli anni ’70 dal nuovo leader Deng Xiaoping, consapevole della necessità di rendere la Cina competitiva sui mercati internazionali per garantire la sopravvivenza del regime.

Le Quattro Modernizzazioni coinvolgevano quattro settori chiave dell’economia e della società stessa: agricoltura, scienza e tecnologia, industria ed esercito. Il secondo e il terzo settore richiedevano, più degli altri, non soltanto ingenti investimenti ma soprattutto nuove conoscenze, ricerca e innovazione che potevano provenire soltanto dall’estero, vista la costante di sottosviluppo registrata nel periodo maoista.

Vennero così istituite quattro zone economiche speciali, concentrate nell’area est del Paese – come sappiamo, patria degli Han – e le imprese straniere vennero incoraggiate a investire nell’industria cinese, permettendo a quest’ultima non soltanto di raccogliere un ingente flusso di capitali, ma di imparare e imitare le tecnologie sviluppate dalle economie più avanzate. I mercati internazionali vennero quindi progressivamente saturati dai beni manifatturieri cinesi, capaci di rispondere all’alta domanda interna di lavoro.

Un tesoro inaccessibile

Gli alti livelli produttivi della Cina necessitarono, sin da subito, elevate quantità di risorse energiche. Il Paese è tuttavia povero di risorse naturali, ad eccezione dello “shale oil”, il noto petrolio di scisto, considerato meno inquinante del petrolio classico (pur relativamente, essendo un idrocarburo) e più proficuo. Sfortunatamente per la Cina, pur possedendo alcuni dei più vasti giacimenti di shale oil al mondo, essi si trovano in aree del Paese piuttosto remote, caratterizzate da avverse condizioni climatiche e geologiche tali da rendere difficile l’estrazione. Inoltre, il Paese è tutt’ora carente del know-how tecnologico per estrarre queste risorse, alle quali si può accedere soltanto attraverso la tecnica del “fracking”, la fratturazione idraulica, nella quale sono oggi leader Stati Uniti e Canada, per cui è difficile pensare che essi possano cedere agli avversari cinesi importanti conoscenze in materia.

Il cuore del Mar Cinese Meridionale sarebbe ricolmo di shale oil e gas, secondo gli studi dell’Agenzia Internazionale sull’Energia (IEA), e la Cina ne rivendica la sovranità territoriale, tuttavia tale pretesa è violentemente contestata dai suoi vicini, come Vietnam e le due Coree, perciò la mancanza di tecnologia per accedere a queste risorse è esasperata dalle contese territoriali. Il dragone asiatico sta tuttavia mettendo in atto una strategia aggressiva per conquistare il territorio conteso, pezzo dopo pezzo, attraverso la costruzione di isole artificiali ben armate, sulle quali vige, inevitabilmente, la sovranità cinese.

Un’economia dipendente dall’estero

In risposta alle sue carenze energetiche, la Cina da anni effettua investimenti massicci sul continente africano, in particolare nel Medio Oriente, tesoro di risorse, favorendo non soltanto l’afflusso di ingenti capitali ma occupandosi anche della costruzione e gestione di importanti infrastrutture, in primis le reti di collegamento. Non mancano, naturalmente, stretti rapporti commerciali con la Russia, principale esportatore di gas naturale al mondo, e con l’America Latina, cui principali fornitori di petrolio per la Cina sono Brasile e Venezuela.

Sempre secondo l’IEA, la Cina è ad oggi dipendente dall’estero per circa il 50% del gas naturale necessario ai suoi processi produttivi e di oltre il 70% del petrolio.

Ciò significa che se la Cina perdesse importanti approvvigionamenti dalle aree sopracitate, l’intera economia domestica subirebbe una forte contrazione. Di fatto, un calo delle risorse energetiche porterebbe all’incapacità di operare i processi necessari alla vasta produzione cinese, questa subirebbe un forte shock tale da far crollare i livelli di occupazione e acuire quindi i già citati problemi politici e sociali.  Il temuto dragone sarebbe in ginocchio.

Si pensi, ad esempio, all’importanza del petrolio come mezzo utile non soltanto a creare energia per i macchinari, attraverso la sua combustione, ma soprattutto alla realizzazione di plastiche e materiali simili che compongono moltissimi beni realizzati in Cina e poi esportati nel resto del mondo, come componenti per le automobili, smartphone e oggetti di uso quotidiano.

Inoltre, la dipendenza energetica dall’estero rende la Cina prudente nei negoziati internazionali con i suoi partner economici, fattore certamente a scapito della sua ascesa a superpotenza, un limite alla capacità di influenzare le relazioni di potere nell’arena internazionale.

Il prezzo altissimo dell’industrializzazione

L’unica risorsa energetica della quale il Paese dispone è il carbone, considerata ad oggi la più inquinante. Dal 1990 ad oggi la dipendenza energetica della Cina da questa fonte energetica è salita notevolmente, tanto che le stime elaborate dall’EIA rivelano che nel 2019 il Paese è il primo al mondo per consumo di carbone. Ne consegue, di fatto, che le emissioni di CO2 sono triplicate nell’ultimo ventennio, con gravissime conseguenze tanto per la salute umana quanto per quella dell’ambiente.

Numerosi studi a livello locale e internazionale confermano che gli elevati livelli di inquinamento atmosferico in territorio cinese siano causa di malattie croniche di natura polmonare e cardiovascolare, nonché di un aumento di casi di cancro nella popolazione, con un’incidenza della mortalità maggiore del 40% rispetto agli Stati Uniti. Solo nel 2020, i nuovi casi di cancro diagnosticati sono di 4 milioni a fronte di una popolazione di 1,4 miliardi, 2 milioni i decessi (fonte: Sun Yat?sen University Cancer Center).

L’Accordo di Parigi e altre speranze

Il presidente Xi Jinping ha più volte affermato la necessità di ridurre l’inquinamento ambientale del Paese, visione confermata nell’adesione della Cina agli Accordi di Parigi del 2015, che è stata tuttavia interpretata da alcuni come una scelta meramente opportunistica, volta a non screditare la posizione del drago sul piano internazionale, da altri come un’importante opportunità per il Paese di conformarsi a standard ambientali più elevati, già adottati in altre aree del globo.

Nel 2019 la Cina è stata inoltre la prima al mondo per mole di investimenti nelle energie rinnovabili, con ben 89 miliardi di dollari destinati alla ricerca, seguita da Stati Uniti con circa 55 miliardi di dollari e Giappone, con 16,5 miliardi.

Questi ingenti investimenti dimostrano la consapevolezza della classe politica cinese di non poter sostenere nel medio e lungo periodo tassi di industrializzazione elevati accompagnati da elevati e inquinanti consumi energetici, perché gli effetti dell’inquinamento su suolo, acqua e salute umana sono irreversibili. Nel caso della Cina, essi sono esasperati per giunta dalla sovrappopolazione, perciò il dragone rischierebbe nel lungo termine di implodere se non riuscisse a convertire parte della sua economia in una direzione green.

Nel prossimo appuntamento dedicato al dragone tratteremo proprio le criticità ambientali del Paese dovute ai fenomeni di desertificazione del suolo e scarsità d’acqua guidati dall’insostenibile inquinamento.

 

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