Il coraggio di stare dalla parte della legalità

A giurisprudenza la testimonianza di Tiberio Bentivoglio

Il coraggio di stare dalla parte della legalità

«Non lasciate sole le toghe», ha detto il vicepresidente del Csm all’indomani dell’attentato al tribunale di Milano. Ma cosa succede quando, ad essere lasciato solo, è chi ha avuto il coraggio di denunciare un’estorsione ingiusta e di lottare contro la ‘ndrangheta? 

Se ne è parlato questa mattina, al Foyer di Giurisprudenza, con Tiberio Bentivoglio, commerciante di Reggio Calabria che ha scelto di stare dalla parte della legalità e di denunciare chi gli aveva chiesto di pagare il pizzo per l’ampio negozio che gestisce da 36 anni nel centro della città calabrese. L’incontro è stato organizzato dall’associazione Libera - Contro le mafie, in collaborazione con la Facoltà di Giurisprudenza e con il blog Divieto di Sosta.

«La mia storia non è un fatto successo tanto o poco tempo fa, ma qualcosa che sto vivendo ancora in questi giorni, dopo 23 anni da quando ho scelto di stare dall’altro lato - ha esordito Bentivoglio di fronte ad una sala affollata di studenti ed attivisti di Libera - Non ho solo denunciato la malavita, chi ha chiesto il pizzo, ma anche chi ha impedito che facessi questa scelta: un pezzo di politica e un pezzo di chiesa della mia città». Una scelta sofferta, compiuta insieme alla moglie: «Quando si va in caserma a raccontare, non sempre si hanno le prove, le fotografie. Non sempre c’è chi ascolta ed è pronto a sostenere che quello che stai dicendo è vero». 

Una scelta pagata cara, quella di Bentivoglio, in una terra dove la legalità è messa a dura prova da un sistema criminale fortemente radicato: «Fino ad oggi ho subito 7 attentati» Alcuni processi devono ancora iniziare, altri reati sono caduti in prescrizione in seguito ad una strategia deliberata della difesa: «In un processo dove sono presente non come parte offesa, ma come testimone chiave, ho subito un interrogatorio di 11 ore e mezzo da parte della difesa, per cercare di screditarmi. La stessa difesa che ha presentato una lista di oltre 50 testimoni: quanto si impiegherà ad ascoltarli tutti, visto che spesso le udienze slittano perché non ci sono aule libere a disposizione? Questa è un strategia di difesa fine, intelligente, creata ad hoc: si arriverà a superare i 7 anni e mezzo e il reato verrà prescritto. E non c’è cosa peggiore, per chi ha denunciato, di leggere dopo 9 anni che quella persona il reato lo ha commesso, ma è caduto in prescrizione. Quanto fa male la prescrizione, fa più male questo dei negozi che vengono bruciati».

Bentivoglio ha subito dapprima danneggiamenti ed incendi ai propri automezzi, successivamente l’esplosione di un ordigno ha semidistrutto il suo negozio, due anni dopo un incendio nello stesso negozio ed infine, nel 2011, i criminali hanno attentato direttamente alla sua persona, ferendolo gravemente nel corso di una sparatoria: «Vivo sotto scorta da 4 anni e qualche mese, la avevo rifiutata già nel 2008 per non disturbare il sistema psicologico dei miei familiari che, credetemi, è già seriamente disturbato. Mio figlio alle 8 di sera si corica, non ha amici. È giusto non avere un posto di lavoro, a 30 anni? I figli delle vittime sono più di 12 mila in Italia e sono quasi tutti a casa, perché nessuno dà un posto di lavoro a chi ha avuto il coraggio di denunciare. Mio figlio è disoccupato perché la nostra azienda, un tempo fiorente, non c’è più. Non per colpa dell’ndrangheta, ma per colpa della cosiddetta società civile. Io abito in una città di 200mila abitanti e sto rischiando di chiudere la mia attività per mancanza di clienti. È normale la terra bruciata da parte dei mafiosi, ma non da parte della cosiddetta “società civile”, la gente comune che preferisce un altro negozio perché sanno la mia storia. Mi sono auto denunciato per non avere pagato i contributi previdenziali ai dipendenti e dopo 24 ore lo stato italiano mi ha mandato Equitalia ad ipotecare tutto. Il 29 settembre scorso mi è stato notificato l’inizio della procedura della vendita all’asta della casa. Allora ho cominciato a gridare un po’ di più, ad andare in televisione e dopo alcuni incontri col vice-ministro agli interni, sono riuscito ad avere una sospensiva, della quale ancora non si conosce la durata. Io non so come andrà a finire, ma io fino all’ultimo giorno continuerò con la scelta che ho fatto. Sicuramente quella casa, finché vivrò io, non si venderà, perché mi opporrò con tutti i mezzi. Sono arrabbiato perché, guardando i miei figli, non sono ancora riuscito a dire loro che denunciare conviene».

A Bentivoglio, nel corso del dibattito, è anche stato chiesto se ha mai pensato di abbandonare la sua terra. «Non bisogna mai scappare - ha risposto - ma rimanere nel territorio, continuare a fare, perché oggi quando guardo i mafiosi anche quando sono usciri dal carcere li abbassano loro gli occhi. È molto importante non fuggire, indicarli col dito nelle aule è come denunciare un’altra volta. Andando via non risolviamo niente: quella è una sconfitta ed io non ci sto a perdere questa battaglia. Per questo grido tanto e vi chiedo aiuto: l’aiuto di non stancarvi mai, di non essere indifferenti, di non farvi passare per favore ciò che vi spetta di diritto. Più male dei proiettili mi fanno le pratiche ferme sulle scrivanie».

(Benjamin Dezulian)

 

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