Gli immobili siamo noi (non quelli del catasto)

Alessandro Bergonzoni interroga le parole al Festival dell'Economia 2015

Gli immobili siamo noi (non quelli del catasto)

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Risparmiare o risparmiarsi?

Cosa più influenza l'economia, il capitale o il capitato?

E la politica? È una questione di altezza?

E la guerra tra i ricchi e i poveri ha a che vedere con quella tra i ricci e i polipi?

In cinquanta minuti di monologo, Bergonzoni non risponde a nessuna di queste domande; piuttosto ne pone di nuove. L'interrogato non è il pubblico (o almeno, non solo), ma le parole, quelle che utilizziamo per comunicare e scomunicare, la vocazione e il “voto di vastità” del teatrante. All'uscita dal teatro si avverte un piacevole senso di straniamento verso il linguaggio ordinario, di cui la nostra comunicazione informale, accademica, giornalistica (ab)usa: andare su internet ha un che di suino, l'interesse appare meno interessante dell'inter-essere. La manipolazione del linguaggio nel gioco acrobatico di parole, avverte lo stesso attore, non ha una finalitá puramente estetica né puramente comica: non vuol essere soltanto virtuoso né soltanto liberatorio. Anzi, l'attore spesso si ferma e chiede al pubblico di smettere di ridere: non sta chiedendo la risata che libera, ma quella che occupa. Lo scopo è occupare, affollare le menti di dubbi e perché no, di affermazioni di Hoppa piuttosto che di coraggio, “Hoppaura, per esempio, che i dodici milioni spesi per l'Expo andranno nelle tasche sbagliate, che non sara la Fao a investirli per sfamare le persone che soffrono oggi. Perchè nessuno dice: ho un dubbio?”.

Lo scopo è anche di rifornire di dubbi i nostri vocabolari di certezze, e favorire le prese di posizione non ideologiche, ma fisiche: permettere ai percettori sensoriali (veri e propri archivi di emozioni disseminati nel nostro corpo) di sentire la memoria emotiva degli altri, oltre che la nostra. Mettersi le mani nei capelli non è più un gesto casuale, ma un gesto che come le parole, mette in collegamento chi lo compie per stanchezza con chi per una ragione diversa e un sentire uguale sta facendo lo stesso, per stanchezza o disperazione.

Si giustifica poi, con chi gli rimprovera di avere un alibi e gli ricorda che è facile parlare di malessere finché si è benestante, Bergonzoni: “Solo perché sto bene non posso parlare di malessere? Solo perché non sono malato non posso parlare di malattia... e del resto il Ministro che si dimette, non lo fa perché è guarito?” Parlare di mobilitá sociale non ha senso se non si parla degli immobili che siamo noi (e non quelli del catasto), parlare di occupazione non ha senso se non siamo noi ad occuparci, e più che dell'imprenditore commerciale bisognerebbe parlare di quello di briga, che si prende la briga di assumersi la responsabilitá di se e degli altri.

E una questione poetica, non etica, ripete l'attore: l'esigenza è quella di sentire se stessi e gli altri.

Impegnarsi nelle relazioni, prima di fare relazioni e occuparsi dell'economia interiore, prima di discutere dell'economia dell'occupazione. Sentire gli altri, in tre parole: non è anche questa economia?

 

(Carlotta Garofalo)

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