CLOWN TIME ai tempi del Corona Virus

CLOWN TIME ai tempi del Corona Virus

Foto di Andrea Macchia

Martedì 25 febbraio al Teatro Zandonai di Rovereto è andato in scena “Clown Time” della Compagnia Abbondanza/Bertoni, prima rappresentazione assoluta Progetto “Fondazione Haydn/Vincitore Fringe, II Edition”. Si tratta di uno spettacolo di teatro musicale che la compagnia affronta assieme al musicista Marco Dalpane, ai solisti dell’Orchestra Haydn e al duo OoopopoiooO (Vincenzo Vasi e Valeria Sturba). CLOW TIME è il risultato dell’incontro tra l’opera cameristica di Arnold Schönberg (Sinfonia da Camera 1, Opera 9) e l’opera cinematografica del regista David Lynch. La musica trasformata arriva a definire un ambiente di alienazione, liberamente ispirato alla serie di sette brevi cortometraggi “Rabbits” di Lynch dove movenze ripetitive, frasi fatte e senza nessuna connessione tra loro danno vita a un “quotidiano” e un medesimo, ripetitivo, ossessionante “racconto” di alienazione, incomunicabilità e isolamento dell’essere umano contemporaneo.

 

 “Nessuno vuole bene ad un clown a mezzanotte”
In questo tempo di mezzo, dove ad ogni ora può scoccare la mezzanotte, presentiamo le nostre maschere, attraverso la decomposizione e disarmonia sonora di Arnold Schönberg e traendo ispirazione dall’ allucinata visionarietà di David Lynch. Ci facciamo così traghettare da un secolo all’ altro, cercando come il vecchio Diogene “L’uomo”, che abbiamo mascherato perché possa, se possibile, essere un po’ più sincero.
La scena vedrà comparire e scomparire un’orchestra, tre personaggi antropomorfi e le loro voci fuori campo, un duo di caleidoscopici musicisti, traghettatori contemporanei tra queste effimere apparizioni.

[Abbondanza/Bertoni]

 

Visioni di una spettatrice

Tanto surreale è la scena quanto lo è la platea al Teatro Zandonai di Rovereto dove il pubblico è disposto a scacchiera per rispettare la distanza minima prevista dall’ordinanza provinciale contro la diffusione del Corona virus. Il pubblico, ciascuno a suo modo, prova a sentirsi a proprio agio in questo strano stato di non prossimità: c’è chi nei palchetti si stringe alle amiche, chi, trovandosi un palchetto tutto per sé, si gode la prospettiva di un teatro più largo e comodo senza teste davanti che coprono la visuale, chi si sporge per bisbigliare al compagno separato da un posto vuoto, chi si sposta in continuazione, chi controlla che gli altri mantengano la separazione prevista, chi si lamenta del posto prenotato su cui siede qualcun altro (la disposizione viene infatti decisa dall’ordine di entrata), chi cerca di ravvivare l’atmosfera andando a salutare amici e conoscenti qua e là, chi osserva, chi ridacchia, chi si soffia il naso sottobanco, chi attende tra il curioso e il preoccupato.. la cosa certa è che questa piccola eterogenea comunità ha deciso, ognuno a proprio modo, di esserci. Citando Calvino in un celebre articolo “è necessario riconoscere come sono fatte le cose, ci piacciano o meno, nel moltissimo a cui è vano opporsi e nel poco che può essere modificato dalla nostra volontà”. E di questa volontà ringrazia Michele Abbondanza, prima che si apra il sipario, il pubblico e l’amministrazione comunale per aver scelto di tenere viva la comunità. Sarà un debutto che non scorderemo – dice il coreografo. Lo sarà per l’incertezza che lo ha caratterizzato (fino all’ultimo non si sapeva se il teatro avrebbe tenuto aperti i battenti), per la disposizione surreale del pubblico (seduto in geometrica scacchiera), per il clima di allerta e confusione che echeggia fuori, e soprattutto perché CLOWN TIME è un lavoro dalla disarmonica essenza, dove la bellezza è visione distorta, cortocircuito a tinte forti, cupe, stridenti, oniriche. Ma più appartenenti all’incubo che al sogno.

Si parte: le luci soffuse illuminano il quintetto guidato dal maestro Marco Dalpane (pianoforte), composto da Marco Serino (violino), Christian Bertoncello (violoncello), Andrea Mairhofer (flauto), Roberta Gottardi (clarinetto); i musicisti filtrati da un sottile strato di tulle nero appaiono sul lato destro della scena, lentamente e specularmente nell’angolo sinistro prendono vita gli eclettici OoopopoiooO alias Valeria Sturba (voce, violino, theremin, music toys) e Vincenzo Vasi (voce, theremin, music toys) che si inseriscono, traducono, impastano il suono schönberghiano accompagnandolo verso l’immaginario proprio di Lynch, un immaginario denso e tagliente. E’ su questo suono che i musicisti vengono ringhiottiti nell’oscurità mentre si staglia davanti a noi un surreale immobile interno: un divano verde scolorito sul davanti, la poltrona e il piccolo comò sovrastato dall’immancabile vecchio telefono analogico sulla sinistra, un carrellino di ottone con sopra un cactus in proscenio sulla destra, una cyclette azzurra anni ’70 sul fondo. Sulla parete di sinistra chiusa, una porta. Immobile sul divano, accanto alla lampada di ottone vintage, una donna con testa di gallina; sulla cyclette azzurra un’altra donna, testa di cane, in vestaglia e pantofole. Tutto inizia immobile. Poi con piccoli lenti e affilati movimenti il quadro prende vita. Un vita di estrema e trattenuta lentezza, di energia che non scarica, di tensione nervosa che a noi pubblico fa trattenere il respiro.

Lo spettacolo si sviluppa sottopelle in un susseguirsi di segni: le meccaniche voci fuori campo, eco di chiacchere vuote tra l’assurdo, il ridicolo e l’inquietante, le risate registrate dirompenti da sit com americana, i rintocchi dei tacchi, il cigolio della porta, lo squillo del telefono, la porta che si apre, l’uomo asino che entra, gli sguardi, le danze scomposte e disarticolate, il fumo, le luci che rincorrono, i colori che trasformano, i suoni che si mescolano, gli spazi che si alternano, sovrappongono, sovrastano, i cortocircuiti che spezzano e elettrizzano, la musica, gli applausi, le spaccate, il vuoto. Il surreale silenzio. Quel tipico silenzio che regna nel caos. Quello che caratterizza i luoghi dopo le catastrofi, dopo le bombe. C’è chi tra il pubblico ci ha sentito l’eco della tempesta Vaia, chi ha percepito uno strano sgomento, chi semplicemente si è commosso sotto le note di “tu non sai come divertire gli ospiti” sussurrata, nel controluce che scende dietro alle maschere, nel microfono da Valeria, frase tanto inappropriata quanto perfetta in un’opera che richiama paesaggi di apocalittica essenza.

 

Compagnia Abbondanza/Bertoni
Clown Time
Prima rappresentazione assoluta Progetto “Fondazione Haydn/Vincitore Fringe, II Edition”
Musica: Arnold Schönberg, Kammersymphonie n. 1, op. 9 (arr. di Anton Webern)  
Editore Universal Edition AG
Eseguita da: Marco Dalpane (maestro concertatore e pianoforte), Marco Serino (violino), Christian Bertoncello (violoncello), Andrea Mairhofer (flauto), Roberta Gottardi (clarinetto)
Composizioni originali di ed eseguite da: Valeria Sturba (voce, violino, theremin, music toys) e Vincenzo Vasi (voce, theremin, music toys)
Danzatori: Valentina Dal Mas, Tommaso Monza, Giselda Ranieri
Direzione e rielaborazione musicale Marco Dalpane
Progetto, drammaturgia, coreografia, scene e costumi Michele Abbondanza, Antonella Bertoni
Luci Andrea Gentili
Produzione Fondazione Stiftung Haydn
In coproduzione con Compagnia Abbondanza/Bertoni
con il sostegno di Provincia autonoma di Trento – Servizio attività culturali
Comune di Rovereto – Assessorato alla Cultura
Voci fuori campo Michele Abbondanza, Antonella Bertoni, Marta Marchi
Realizzazione maschere Nadezhda Simeonova
Collaborazione al progetto scenico Tommaso Monza
Squadra tecnica  Erwin Canderle, Claudio Modugno
Servizi organizzativi e amministrativi Compagnia Abbondanza/ Bertoni, Fondazione Haydn di Bolzano e Trento

Durata 50‘ _ senza intervallo

 

 

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