Assillo, ciao, grazie: ma di cosa stiamo parlando?

Personale riflessione su un polverone pubblico

Assillo, ciao, grazie: ma di cosa stiamo parlando?

 

Oggi, giovedì 14 Maggio, a Trento non si parla d'altro ma, per chi non era in città ieri, la situazione è questa: alle 10 della mattina è stato sgomberato l'Assillo di via Manzoni, uno spazio in disuso da anni e occupato da un gruppo di anarchici da mesi. Succede poi che lo sgombero dell'edificio dia luogo ad una serie di eventi: un corteo che porta il collettivo a Sociologia, dei cassonetti ribaltati nelle strade, l'assemblea all'interno dell'università, un nuovo corteo, le cariche della polizia, sassi che volano. Mentre tutto questo sta ancora accadendo si accende il dibattito: a favore dello sgombero, contro lo sgombero, a favore dei cassonetti ribaltati, contro i cassonetti ribaltati, a favore dell'occupazione, contro l'occupazione. Volano parole come “black bloc”, “delinquenti”, “città vetrina”, “guerra tra poveri”, “non a caso a tre giorni dalle elezioni”, “sta arrivando il festival dell'economia”, “degrado”. Se avete uno smartphone lo sapete anche voi che titoli girano. Quello su cui vorrei soffermarmi io però è proprio questo: girano.

 

E' facile e logico perdersi nelle varie anse di questo dibattito, prendere delle parti, valutare i diversi punti di vista e decidere qual è il vero problema di fondo da risolvere, ma io queste risposte non le ho. Ho delle domande piuttosto. Innazitutto, ma di che cosa stiamo parlando veramente? Dell'Assilo personalmente sapevo poco e niente: un amico mi ha ha avvertita per messaggio dello sgombero e ho visto il corteo passare. Una scena anche abbastanza comica se la si vuol leggere in questo senso: una ventina di persone che attraversano piazza duomo con uno striscione a passo deciso, puntando verso la facoltà di Sociologia, e dietro di loro due camionette schierate di celerini che seguono i ragazzi, ma con una “giusta” distanza, mantenuta da una accennata corsetta. Faceva molto Benny Hill a chi come me assisteva in piazza alla scena: come mai così tanta polizia? Ce lo chiedevamo tutti senza capire, poi iniziano ad arrivare i passaparola e i video su youtube: gli anarchici hanno ribaltato i cassonetti, ecco perchè c'è tanta polizia. Questa era la voce che circolava, ma in effetti ripensandoci non può essere andata proprio così: due camionette non compaiono magicamente perchè si ribalta un pattume, sono lì da prima, ma andiamo avanti perchè le ore passano e tutto sembra molto, troppo tranquillo. Il collettivo anarchico si stanzia a Sociologia, contrassegnando la propria presenza con uno striscione e un foglio: “Assemblea alle 18”. E io ci vado, ci vado perchè non so molte cose e invece voglio capire. Voglio capire perchè parlando con la gente risulta evidente un divario così grande tra ciò che alcune testate scrivono e quello che invece i cittadini di Trento pensano e dicono. Perchè è questo a colpirmi più di tutto: le autorità sgomberano un edificio in disuso riadibito a spazio per concerti et similia e la reazione di tanti è di immediato sdegno nei confronti della giunta comunale. “Ma guarda un po', proprio subito dopo le elezioni, che strano.” o “Eh beh, ma il prossimo weekend c'è il Festival dell'Economia, la città vetrina si deve lucidare”: sono queste le frasi che sento più spesso e mi tornano in mente altri recenti trascorsi come il ritiro delle mutande dai balconi del Sanbartolameo per l'arrivo di Renzi o le belle promesse che ho sentito il 22 Aprile quando i candidati sono stati convocati dal collettivo I Know a Place. Stiamo ancora parlando di quello: luoghi di aggregazione, momenti per fare musica e cultura. E c'è qualcosa che non va se lo sgombero dell'Assillo fa parlare così tanto, o meglio, c'è qualcosa che va eccome: tanta adesione civile non lascia dubbi, a Trento c'è una voglia di fare che non si sposa con misure repressive. Non mi riferisco in alcun modo a gesti di vandalismo: non mi ci metto nemmeno nel polverone dei commenti su dei pattumi rovesciati, la mia attenzione in quel contesto va al cittadino di Trento che prende quel pattume e lo tira su. A quei cittadini che erano, come me, all'assemblea a Sociologia – un'assemblea sorprendentemente tranquilla e pacata - anche se non avevano mai avuto a che fare prima con l'Assillo e non per essere pro o contro un'occupazione e al suo conseguente sgombero, ma per esserci, per ribadire che Trento è di chi la vive, che presenza è potere, il potere di cambiare le cose, di gestirle e di farlo meglio per la nostra città.

 

Altra domanda: invece di tenere due camionette al guinzaglio pronte al peggio, perchè non dialogare con il collettivo che è stato per ore all'interno di Sociologia? Perchè non mandare un ambasciator che non porta pena dai piani alti? Come l'ho letto io che facevano assemblea lo avrà letto anche chi di dovere (o di potere). Forse prima di scegliere uno schieramento, una fazione, un estremo dovremmo ricordarci che siamo prima di tutto esseri umani e per questo identici l'uno all'altro ma se evitiamo il dialogo, il confronto e scegliamo la via della violenza non facciamo che nasconderci dietro maschere e ci trinceriamo da soli. Costa così poco fermarsi un secondo e riflettere. Dentro a sociologia accanto a me si siede una ragazza del collettivo, la osservo e vedo che ha le mani sporche: il mio primo pensiero, guidato dai titoli che ho visto scorrere sulla mia pagina Facebook, è “Con quelle mani hai ribaltato un cassonetto e a me personalmente questo non piace, anzi più che “non piace” non lo trovo utile a nulla”. Penso ai termini che ho letto: delinquenti, black bloc, come quelli dell'expo. Poi però lei mi guarda e tira su col naso, si lamenta di questo strano raffreddore di Maggio che non le da pace e lì io, che ho lo stesso problema a tormentarmi, ho un altro tipo di pensiero: sei uguale a me. Tu, col tuo raffreddore e le tue mani sporche, sei uguale a me, sei uguale a chi è con te nel collettivo, uguale a chi ti sostiene, uguale a chi ti appella a delinquente, uguale al sindaco di questa città, perchè sei un essere umano e perchè sei una cittadina di Trento. Ricordiamocelo, per favore, che a scannarci sul giusto e sbagliato rischiamo di perdere di vista la questione centrale: Trento è nostra, di tutta questa comunità. Ascolto il collettivo parlare degli intenti del futuro, dei gruppi punk hardcore che vogliono comunque far suonare sabato, del tipo di risposta da dare allo sgombero, li sento ridere di un'Audi che è stata dalla stampa associata a loro. Un'ora dopo vengono caricati dalla polizia in piazza Santa Maria Maggiore, quella del Concilio di Trento, senza apparente motivo.

 

L'indignazione cittadina oggi si sta tramutando in fermento: l'esperienza dell'Assillo, un momento sicuramente negativo per questa città - da qualsiasi punto di vista si guardi al fenomeno – porta alla luce un qualcosa che invece è positivo e per questo ad un “ciao” aggiungo un “grazie”. A Trento non c'è spazio per l'indifferenza, si dibatte perchè si ha a cuore la propria città, perchè così agisce chi ci tiene davvero. E se tra i due litiganti, Assillo e giunta, il terzo gode, quel terzo siamo noi, la comunità che costituisce davvero questa città e che oggi non si dimentica di ciò che è successo ieri, continua a parlarne. Senso civico, ce n'è? A Trento sì, in chi la ama davvero (anche quando poi dice che non è vero) e non quel senso civico da stereotipo, da locandina elettorale, mi riferisco a quello delle persone qualsiasi che oggi ho sentito parlare – abitare sopra un bar aiuta – e che indifferenti non ci restano, che dibattono in modo ragionato e critico, che parlano di organizzare collettivi civili, di fare la differenza nel loro piccolo, di voler avere una presenza consapevole in questa città per questa città. Forse la giornata di ieri ci ha insegnato più di un qualsiasi risultato elettorale, sicuramente a me ha ribadito ancora una volta che l'intraprendenza è di casa a Trento e che mi posso fidare quando il prossimo mio, sia questo un musicista, uno studente, un esercente o un ragioniere mi dice che continuerà a combattere, senza violenza ma con cultura e buon senso, per questa città.

Io ci credo.

 

 

Lucia Rosanna Gambuzzi  

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