La seconda vita di un acceleratore di particelle

La seconda vita di un acceleratore di particelle

di Cristina Degli Agli

Progettato nel 1985 dal Professor Iginio Scotoni l’acceleratore cercava di soddisfare le richieste di un campo della fisica interessato a modificare le proprietà dei materiali attraverso il bombardamento con ioni energetici. L’apparecchiatura made in Trentino permetteva di studiare le proprietà di interazione tra radiazione e materia, nonché di cambiare le proprietà superficiali del materiale trattato (ad esempio aumentandone la resistenza meccanica o alterandone la conducibilità). Altre volte, questo tipo di bombardamento, tecnicamente chiamato di tipo ionico, poteva servire a produrre leghe non presenti in natura, oppure facilitare reazioni chimiche superficiali altrimenti impossibili.  

Utilizzando l’apparecchiatura si dimostrò, anche, la possibilità di ridurre sensibilmente il coefficiente di attrito di alcuni materiali, al fine di evitare il ricorso all’utilizzo dei lubrificanti nel trattamento delle componenti dei motori

Un progetto particolarmente interessante condotto all’Università di Trento, grazie all’acceleratore, mostrò la possibilità di ridurre sensibilmente il coefficiente di attrito di alcuni materiali, al fine di evitare il ricorso all’utilizzo dei lubrificanti nel trattamento delle componenti dei motori

Dopo aver contribuito per molti anni agli studi condotti nel Dipartimento di Fisica dell’Ateneo trentino, il macchinario venne dismesso nel 2004 e sostituito da altri acceleratori, tuttora funzionanti.

Come si può riutilizzare un vecchio e dismesso acceleratore di particelle? La soluzione arriva dallo stesso Dipartimento di Fisica dell’ Università di Trento che, con la collaborazione del  Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto (Mart) e  con il sostegno finanziario dell’ Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN), ha deciso di bandire un concorso destinato a giovani artisti al fine di “valorizzare simbolicamente” l'oggetto, per l’appunto l’acceleratore, un tempo punta di diamante nelle ricerche scientifiche. 

40 giovani artisti hanno presentato il progetto ma solo il giovane artista vicentino Alberto Tadiello (classe 1983) ha avuto l’onore e il prestigio di poter rendere un acceleratore un’ opera d’arte.

 La sua opera è stata scelta tenendo in considerazione alcuni criteri tra cui la congruenza dell’opera con le finalità del bando, la sua qualità artistica e culturale, la sua fattibilità e la sua permanenza nel tempo. 

Mercoledì 2 novembre la rappresentazione artistica dal titolo “Chiamati alla veglia, trattennero il respiro” è stata posizionata in una “permanente esposizione” nella corte del complesso di Povo1 del Polo Scientifico e Tecnologico “Fabio Ferrari”.

L’artista vicentino spiega la sua opera “Sono due organismi atomici, che recuperano alcuni pezzi dell’acceleratore e li mostrano, alzandoli. Agganciati e inglobati in un sistema di tiranti, ganci e catene si disegnano nello spazio con un semplice gesto di messa in esposizione. Il lavoro apre a diversi livelli di lettura. E diventa grappolo, ancora, alveare, lampadario, gioiello, massa, corpuscolo. Ha una postura composta, un’anatomia filiforme”.

Con l’artista, presente all’inaugurazione, c’erano per l’Università di Trento il rettore Paolo Collini, il direttore del Dipartimento di Fisica Lorenzo Pavesi e il professore emerito Renzo Leonardi, insieme al direttore del Mart Gianfranco Maraniello, al sindaco di Trento Alessandro Andreatta e all’architetto Alberto Winterle, in rappresentanza della Commissione giudicatrice. 

 

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