Lorenzo Gagliardi è ricercatore per il Consiglio Nazionale delle Ricerche e divulgatore scientifico nelle scienze comportamentali. Si occupa di processi decisionali, bias cognitivi e disinformazione, temi che dal 2022 racconta sui social e dal vivo con il progetto Non è la Zebra. Nel suo libro Errori umani. La scienza delle nostre decisioni (sbagliate) spiega, con ironia e rigore scientifico, le scorciatoie mentali che influenzano le nostre scelte.
Ne abbiamo parlato con lui in vista di Le Mille e una Scienza, il festival della scienza di Bolzano per scuole e famiglie, che dal 20 al 22 novembre propone la sua sesta edizione, “Un pianeta da salvare”. Errori umani verrà presentato l’11 novembre alle 18:00 alla Nuova Libreria Cappelli; l’appuntamento fa parte del Road to Festival 2026, quattro incontri di avvicinamento ai temi della manifestazione.
Nel 2022 hai fondato il progetto online Non è la Zebra: com’è nata l’idea di fare divulgazione scientifica sui social? E perché proprio sul tema degli errori di ragionamento e dei bias cognitivi?
Non è la Zebra è nato parallelamente alla mia attività accademica: faccio ricerca scientifica sugli stessi temi che poi racconto, dal vivo e sui social media, nella mia attività di divulgazione.
Credo che il progetto abbia preso forma a causa di, o grazie, alla pandemia. La pagina è stata fondata nel 2022, ma ho iniziato a divulgare pubblicando i primi articoli tra il 2020 e il 2021, quando mi sono reso conto che ciò che studiavo durante il dottorato poteva avere un’utilità sociale.
Con la pandemia ci siamo infatti ritrovati dentro a una sorta di esperimento sociale su larga scala: sentivo parlare continuamente di concetti come le norme sociali e l’altruismo, soprattutto in relazione ai vaccini; ma anche del nostro rapporto con l’informazione. Erano esattamente i temi che studiavo, e su cui esiste da decenni una letteratura sperimentale. Ho quindi pensato che raccontarli potesse aiutare le persone a riconoscersi in queste dinamiche e a diventarne più consapevoli.
Questa in fondo è la filosofia dell’intero progetto: esercitare l’autoconsapevolezza. Da qui anche il nome Non è la zebra, ispirato a un motto attribuito a un medico americano, Theodore Woodward, il quale insegnava ai suoi studenti un principio diagnostico classico: se senti rumore di zoccoli, pensa a un cavallo, non a una zebra. In altre parole, parti dall’ipotesi più probabile. È un invito a ragionare in modo più analitico e più lento.
Il tuo libro Errori Umani racconta che la nostra mente procede per scorciatoie e che, nella maggior parte dei casi, fa benissimo così. Se le scorciatoie mentali funzionano quasi sempre, come facciamo ad accorgerci dei casi in cui ci portano fuori strada?
È vero che usiamo scorciatoie mentali, o automatismi, e che a volte ci portano a sbagliare. Ma gli errori che ne derivano non sono casuali: in certe situazioni è più probabile commettere un certo errore che in altre. Questo rende il fenomeno misurabile scientificamente: se sbagliassimo in modo del tutto casuale, non sarebbe nemmeno possibile costruire una teoria dell’errore.
Questi errori cognitivi dipendono da come funziona il cervello: sia dalle euristiche, cioè le scorciatoie mentali, sia da altri meccanismi, come il ragionamento motivato, di cui parlo nella seconda sezione del mio libro. Proprio perché sono sistematici, sono prevedibili e se ne possono misurare le conseguenze sulle nostre vite, per esempio sugli esiti economici delle nostre scelte.
L’autoconsapevolezza di cui parlavo prima dovrebbe ricordarci che quando ci troviamo in determinate situazioni il rischio di cadere in trappola è più alto.
Faccio un esempio: al bancomat la macchina restituisce sempre prima la carta di credito e poi dà i soldi. Se fosse il contrario, sarebbe molto più probabile dimenticare la carta nello sportello. Ecco cosa intendo per sistematicità: il modo in cui una scelta ci viene presentata, quella che si chiama “architettura della scelta”, può rendere più probabili certi sbagli, per via di come funziona il nostro cervello. Sta a noi prevedere i nostri errori.
Quali errori di ragionamento ti accorgi di fare più spesso, pur conoscendone i meccanismi? Hai dei trucchi per evitarli o per gestirli?
Studiare e conoscere i processi decisionali non ha necessariamente migliorato la qualità di tutte le mie scelte; anzi, forse per me è ancora più difficile decidere, proprio perché sono così immerso dentro a questo mondo. Ogni volta che prendo una decisione o formulo un giudizio, mi chiedo a lungo se non sia frutto degli automatismi e delle trappole del pensiero di cui parlo nel mio libro.
Gli errori che commetto più spesso, perché sono statisticamente più diffusi, sono quelli autoserventi: si tratta di una famiglia di errori cognitivi che esaltano l’immagine che abbiamo di noi o difendono il nostro sistema di credenze e di valori. Un esempio è il bias di conferma, che porta a cercare prove a sostegno delle proprie tesi invece di metterle alla prova. Sono, in generale, errori più resistenti al controllo: quando entrano in gioco l’identità e la protezione delle proprie convinzioni, è difficile restare vigili sui propri pensieri.
Un errore specifico che invece mi sono accorto di aver commesso più volte nella vita è la fallacia dei costi sommersi: è ciò che ci spinge a continuare a investire risorse – denaro, tempo, energie cognitive ed emotive – in progetti o scelte già intrapresi, anche quando si rivelano fallimentari, pur di non vanificare i propri investimenti. Spiega moltissimi comportamenti diversi: dal restare a lungo in una relazione insoddisfacente pensando a tutto il tempo che si è trascorso insieme, a, nel caso ad esempio delle aziende, continuare a finanziare progetti infruttuosi per non vanificare i costi già sostenuti.
Per evitare questo errore si può, intanto, esercitare la propria autoconsapevolezza. Ma si può anche sfruttare il bias a proprio vantaggio. Pensiamo alla palestra: chi conosce la propria sensibilità ai costi già sostenuti può sottoscrivere un abbonamento annuale, quindi molto costoso, per costringersi a frequentarla. Quando dopo tre mesi la voglia cala, gli basterà pensare alla somma di denaro già spesa e si dirà: «Meglio andare, altrimenti ho buttato i soldi». Tecnicamente questo viene chiamato un “dispositivo di impegno”: una scelta presa oggi per vincolare il nostro comportamento futuro. E funziona proprio perché gioca sull’errore cognitivo, anticipando la nostra suscettibilità ad esso.
Il festival Le Mille e una Scienza quest’anno è intitolato “Un pianeta da salvare”. Quando si parla di ambiente e clima, quali bias cognitivi ci rendono più difficile affrontare la crisi climatica, e quali potremmo invece usare a favore della sostenibilità?
Questo è un tema caldissimo – letteralmente!
Gli studi scientifici stanno in questo momento cercando di spiegare il cosiddetto consensus gap: il divario tra il consenso reale degli esperti rispetto al surriscaldamento globale, e quello percepito dal pubblico. La comunità scientifica concorda ormai all’unanimità sul fatto che il clima stia cambiando a causa dell’uomo, ma molte persone credono che gli esperti non siano d’accordo tra loro a riguardo. È un errore di percezione su larga scala, che riguarda la portata della minaccia, la sua urgenza e persino la sua esistenza. Le cause sono varie, ma gli errori cognitivi, che modellano la nostra percezione della realtà, sicuramente contribuiscono in modo importante a questo fenomeno.
Credere al cambiamento climatico richiede talvolta di fare uno sforzo contro-intuitivo: penso ad alcune argomentazioni negazioniste che si appoggiano su dati apparentemente empirici. Per esempio: «Quest’inverno c’è stata una settimana freddissima: dov’è il riscaldamento globale?». Ma una settimana o un mese in cui fa freddo in realtà dice poco su un fenomeno che si misura in decenni, o addirittura in secoli. È la cosiddetta credenza nella “legge dei numeri piccoli”: tendiamo a generalizzare a partire da dei campioni ridotti, nella convinzione assurda che siano rappresentativi di un insieme molto più grande.
Altri sostengono che i grandi disastri climatici, come alluvioni e bufere, ci siano sempre stati. Qui agisce il bias di disponibilità: si stima la probabilità di un evento in base ai ricordi, personali o collettivi, che se ne hanno, e si conclude che, se è già capitato, è normale che succeda di nuovo.
Quando la convinzione negazionista è radicata nell’ideologia, diventa più difficile da affrontare. C’è chi nega la responsabilità umana: «il clima è sempre cambiato, adesso siamo in una fase più calda, ed è normale». È un argomento più insidioso dei precedenti, perché non contesta tanto i dati quanto il diritto di agire: fa leva sull’appello alla natura, sostenendo non solo che il cambiamento non sia causato dalle attività umane, ma anche che non dovremmo intervenire. Contiene un intento moralizzante: l’uomo non dovrebbe alterare l’ordine naturale delle cose.
Quanto ai meccanismi da usare a favore dell’ambiente, esiste un ampio programma di ricerca sul cosiddetto nudging: influenzare il comportamento facendo leva in modo sistematico sugli automatismi e sugli errori cognitivi. Chi progetta le scelte altrui, come un amministratore pubblico o il gestore di un negozio, può orientare i comportamenti delle persone, senza coercizione né punizioni, verso scelte più virtuose per sé e per l’ambiente.
L’esempio più semplice, quello che porto a lezione, risale alla fine degli anni Novanta: all’aeroporto di Amsterdam il responsabile delle pulizie fece applicare negli orinatoi maschili un adesivo a forma di mosca, per spingere chi li usava a mirare inconsciamente su quel bersaglio. Un intervento di questo tipo non aggiunge alcun costo per chi usa il bagno: è una sorta di gioco che trasforma l’ambiente di scelta e spinge gli utenti a fare la cosa giusta, cioè a mirare senza sporcare, riducendo così le spese di pulizia.
Le applicazioni pro-ambientali del nudging sono moltissime, e molte le vediamo in atto già da tempo. Per esempio negli hotel spesso viene riportata su dei cartelli la percentuale di clienti che fa la scelta giusta: «l’80% dei clienti di questo hotel segnala di voler riutilizzare gli asciugamani». Lo stesso vale nei supermercati per le scelte che riguardano la salute: «l’80% dei clienti di questo supermercato acquista almeno tre prodotti ortofrutticoli». È il principio della norma sociale, o social proof: si mostra cosa fa in media la gente in quel contesto, così che, per conformismo, il comportamento di chi legge si orienti verso quella norma.
Questo è interessante perché un grande problema nella questione climatica è la distorsione della percezione del sostegno alle politiche verdi e sostenibili. Il Climate culture index nel 2024 e 2025 ha rilevato per esempio che circa il 60% delle persone è a favore dei pannelli solari e delle energie rinnovabili, ma stima che a pensarla così sia solo il 30% di chi ha intorno.
Si creano così norme sociali apparenti, per cui sembra normale, tra le altre cose, non fare bene la differenziata, gestire male i rifiuti o preferire i mezzi privati ai trasporti pubblici, perché «tanto lo fanno tutti». Una comunicazione che corregga la percezione di come si comportano gli altri potrebbe aiutare molto a spingere le persone verso ciò che è giusto fare per l’ambiente.