“Chiedere aiuto non è sbagliato”: intervista a Lara Franzoi dell’associazione Stella Alpina

Da tre anni Stella Alpina si occupa di prevenzione del suicidio in Valle del Chiese. Ne parliamo con Lara Franzoi, insegnante e socia dell’associazione.

Quando e come è nata l’associazione?

Circa tre anni fa. Un gruppo ha cominciato a incontrarsi in modo informale, coinvolgendo man mano altre persone sensibili al tema. La nostra idea iniziale era quella di capire perché ci fossero stati così tanti casi di suicidio nella nostra valle.

Ci siamo però accorti subito che era impossibile trovare una motivazione, una risposta, e siamo passati a porci un’altra domanda: cosa possiamo fare per prevenire il malessere che porta a questo gesto? Ci siamo quindi concentrati sul benessere della comunità e dei paesi, su come aiutare chi sta attraversando un momento difficile.

Nel concreto di cosa vi occupate oggi?

Soprattutto di informare, a 360 gradi: a chi rivolgersi, chi chiamare, e non solo per chi sta male, ma anche per chi si accorge che qualcun altro sta male. La nostra missione è diffondere il più possibile numeri e contatti e ripetere che chiedere aiuto non è un problema. Tutti possiamo averne bisogno, e tutti possiamo aiutare chi è in difficoltà a trovare il sostegno giusto.

Un altro tema di cui ci occupiamo molto è quello dell’ascolto attivo.

Cosa intendi con questo termine?

Secondo me viviamo in un’epoca in cui facciamo fatica ad ascoltare; essendo un’insegnante, lo vedo anche con i miei ragazzi. Ascolto attivo vuol dire: «Dimmi come stai, io ti ascolto senza giudicarti e senza darti consigli, non per semplice curiosità, ma perché mi prendo cura di te. Non mi guardo intorno mentre parli: l’attenzione è tutta su di te.». E questo fa sentire la persona apprezzata e considerata.

Pensa a quando qualcuno ti chiede «come stai?» e, se rispondi sinceramente, si gira dall’altra parte. Quello non è ascolto. Ed è per questo che diciamo sempre «bene»: perché non ci sentiamo ascoltati. L’ascolto attivo è diverso: è un modo di prestare attenzione che passa anche attraverso ciò che non sta nelle parole. Il tono della voce, l’aspetto: per esempio se la persona è trasandata, non si cura, capisci che ci potrebbe essere un malessere dietro.

A questo proposito vogliamo formare delle persone che chiamiamo “sentinelle”: membri della comunità che, per via del loro ruolo, possono accorgersi con più facilità che qualcosa non va, che qualcuno sta male. Farmacisti, medici di base, insegnanti.

Personalmente penso poi che idealmente potremmo essere tutti sentinelle, che dovremmo farci un po’ carico di questo compito: non possiamo lasciare che le persone ci passino davanti senza che ci accorgiamo mai del loro malessere. Non è un ruolo facile, bisogna avere una certa sensibilità nei confronti dell’altro; però, educandoci all’ascolto attivo e all’attenzione, si può riuscire a diventarlo.

Vi occupate anche di sostenere chi ha perso una persona cara per suicidio?

Sì, questo è un altro dei nostri obiettivi. Quando c’è un lutto per suicidio, spesso gli altri evitano di andare a trovare la famiglia perché non sanno cosa dire, e i familiari si sentono ancora più soli. Considerando che la possibilità che si ripeta un suicidio in una famiglia dove c’è già stato un caso è più alta, sono proprio loro ad avere più bisogno di sostegno.

In valle esiste già un gruppo informale di persone sopravvissute, cioè che hanno perso un familiare o una persona cara per suicidio, che ne parlano tra loro; non è legato a noi, ma è importante che qualcuno si sia mosso e vorremmo sostenerlo; oltre a questo vorremmo anche creare un gruppo di auto mutuo aiuto (A.M.A.) per i sopravvissuti.

Avete in programma altre iniziative?

Vorremmo mappare tutte le associazioni del territorio, per dire a chi ha bisogno di incontrare persone: se ti piace la musica c’è questo, per lo sport questo, per la cultura quest’altro. Abbiamo l’impressione che a volte non si sappia quante attività si possano fare in valle. Penso soprattutto ai giovani che a volte si chiudono in camera: creare gruppo, creare occasioni di incontro serve a evitare proprio quella situazione.

Quest’anno avete organizzato tre serate. Di cosa parlano?

Come gruppo ci incontriamo ogni mese e gli argomenti da trattare sono tanti; l’idea è affrontarne uno alla volta, e per quest’anno abbiamo il tema del chiedere aiuto, non solo quando si pensa al suicidio, ma in qualsiasi momento di difficoltà.

La prima serata, che si svolgerà venerdì 23 ottobre a Storo, è dedicata proprio a questo: vogliamo far passare l’idea che chiedere aiuto è qualcosa che si può fare. A volte il primo passo è proprio quello che non si riesce a fare e chiedere aiuto sembra quasi una cosa sbagliata, ma in realtà è molto importante: chi l’ha fatto è riuscito a superare momenti molto difficili. Parlarne aiuta, contrariamente a quello che alcuni pensano. Si può parlare, non è un tabù, ed è giusto farlo per affrontare la situazione.

La seconda serata, venerdì 6 novembre a Pieve di Bono, è dedicata al teatro e all’arte come strumenti di prevenzione: rientra nello stesso discorso di prima, perché sono occasioni per uscire di casa, incontrare persone, parlare, confrontarsi e capire che non si è soli.

La terza, che si farà venerdì 13 novembre, è lo spettacolo Bunker, nato da un percorso teatrale che la compagnia Clochard ha svolto con un gruppo di studenti di una scuola di Rovereto, con l’aiuto di una psicoterapeuta. È molto toccante. L’avevamo già portato a Roncone due anni fa; lo riproponiamo a Storo, una zona diversa e molto colpita. È difficile che l’intera valle partecipi contemporaneamente agli eventi, quindi cerchiamo di coprire punti diversi della zona.

Come ti sei avvicinata all’associazione?

Ho sempre pensato che il benessere sia fondamentale: prima le persone devono stare bene, poi si può fare qualsiasi cosa. A scuola ho realizzato diversi progetti sul benessere emotivo, per insegnare ai bambini a capire e comunicare ciò che provano. Un’amica che faceva parte di Stella Alpina sapeva quanto ci tenessi e mi ha invitata a unirmi al gruppo.

Sono anche una sopravvissuta: ho perso un cugino per suicidio e questo mi ha toccata particolarmente. Ho provato tutto ciò che sentono i sopravvissuti: il senso di colpa, le domande senza risposta. Confrontarmi con gli altri membri del gruppo mi ha aiutata a capire che le motivazioni di chi ci lascia possono essere diverse da quelle che immaginiamo.

Probabilmente mio cugino stava male da molto tempo. Se fosse stato bene, non sarebbe arrivato a quel gesto. Per questo vedo il benessere come una cosa da costruire molto prima, perché quando il pensiero è già arrivato è difficile toglierselo dalla testa. Secondo me non possiamo evitare del tutto che qualcuno compia quel gesto, ma possiamo creare situazioni di benessere in cui ogni persona, anche fragile, anche chi ha già alle spalle vissuti pesanti, possa dire “sto bene” e non abbia bisogno di arrivare nemmeno a pensarci: partire dal benessere prima di arrivare al malessere.

Se pensiamo che un amico o un familiare stia male, cosa possiamo fare?

Innanzitutto ascoltarlo e fare domande, anche dirette: stai male? Cosa senti? Di cosa pensi di avere bisogno? Poi informarlo su dove chiedere aiuto, e se serve segnalare la situazione a qualcun altro, come il medico di base. Sarebbe importante, come ti ho detto prima, che medici e farmacisti fossero particolarmente attenti a queste situazioni.

Anche un supporto minimo conta: a volte basta stare vicino alla persona senza dirle cosa fare, ascoltarla, rispondere ai suoi messaggi. Lo dico per esperienza personale: ho capito che anche un gesto piccolissimo di ascolto e di cura può avere conseguenze enormi, di cui a volte ci si accorge solo dopo.

Per i giovani ci sono anche dei servizi di ascolto e di supporto creati dalla cooperativa MeTe, a Tione.

C’è qualcosa che ti ha sorpresa da quando sei parte di Stella Alpina, che hai imparato e che vorresti che le persone sapessero?

La paura di parlare di suicidio, che continua ad esserci, persino tra noi del gruppo. È un timore di usare questa parola, perché si pensa che sia un argomento di cui non si dovrebbe parlare, soprattutto con le persone più fragili.

Io penso invece che sia un tema che va affrontato, anche con i ragazzi, che a volte hanno fragilità particolari. A scuola, se io o i miei colleghi riuscissimo a capire chi tra i bambini o i ragazzi sta attraversando un periodo difficile, sarebbe un aiuto; invece spesso prevale la paura. Parlarne è importante per combattere lo stigma e allontanare il tabù.

Un mio sogno nel cassetto a questo proposito è raccogliere e scrivere delle testimonianze. Tutti, in ogni paese, conosciamo qualcuno che si è tolto la vita o che ha perso una persona cara per suicidio. Mi piacerebbe incontrare queste persone e farmi raccontare com’è stata la loro storia e come l’hanno vissuta. Ogni storia è diversa, ma tutte insegnano qualcosa da cui possiamo prendere spunto per stare meglio.

Cosa pensi che sia cambiato in questi tre anni?

Dentro al gruppo abbiamo imparato a comunicare e a conoscerci più a fondo. Ci troviamo tutti i mesi a Bondo: io abito in un altro paese, un po’ lontano, ma ho sempre la motivazione giusta per andare, perché ogni volta ci arricchiamo a vicenda. Ognuno dà quello che può, ha il suo spazio e la libertà di proporre e di dire quello che pensa, ed è questo che rende l’esperienza così gratificante.

E, sempre più spesso, sono le persone a cercarci. Sono tre anni che cerchiamo di comunicare con gli altri, e ora cominciano a riconoscere che possiamo offrire un sostegno. All’inizio, quando dicevo «faccio parte di Stella Alpina, che è un’associazione che si occupa di prevenzione del suicidio», le persone si irrigidivano: «Allora siete tutti tristi». Adesso mi dicono: «Quando fate qualcosa avvisami, mandami la locandina, vengo anch’io». Vedo più apertura e meno diffidenza. Il lavoro da fare è tanto, però lo stiamo affrontando, un passo alla volta.