Al Festival dello sport il talento di Casey Stoner

Il Teatro Sociale e del Festival dello Sport di Trento hanno accolto con il dovuto entusiasmo Casey Stoner, il campione, il bi-campione australiano che sul palco, in dialogo con il giornalista Furio Zara, ha ripercorso asfalto e vita, con quella capacità unica di andare “oltre ogni limite” come nel titolo, perfetto, del talk. “Il più talentuoso – come lo ha definito Zara presentandolo- un pilota con una dote non comune, anzi unica, la disinvoltura. In sella ci stava come un principe. Lui, il più umano dei piloti di queste ultime generazioni, perché ha dovuto fare i conti con la fragilità.”

Ma “un talento come Casey Stoner – ha poi proseguito il giornalista – come ha scoperto il suo talento?” Sorriso timido “non credo – ha risposto l’australiano – che quando si è giovani si veda o si cerchi. Per me il talento è stato un ombrello sotto cui ripararmi. Un punto di forza e di partenza anche se poi ogni cosa, abilità o dote dipende dall’approccio. E dalla capacità di ascoltare, ascoltarsi. Pertanto, più che capire che avevo talento ho cercato il modo migliore per metterlo a frutto.” Dall’Australia, la casa natale del campione poi eroe dei due anzi tre mondi: dopo gli esordi e le numerose vittorie in alcune specialità del track racing, infatti, la sua famiglia tenta la fortuna cambiando continente. “Abbiamo scelto i campionati spagnolo prima e inglese poi vivendo, tutti in un camper. Con più di una privazione.” Per un investimento che ha riguardato ognuno di loro. “Si potrebbe dire che il motociclismo sia uno sport individuale, ma io posso definirlo familiare. Hanno contribuito tutti in modo fondamentale. Credendoci.” Fino al primo trampolino importante, la vera occasione. Quel debutto nel 2001, a soli 16 anni, nel Mondiale 125 grazie a due wild card, che nelle mani di Casey diventano il miglior biglietto da visita pensabile. E un contratto, l’anno successivo, per una sella Aprilia nella classe 250.

Fino al titolo Mondiale su Ducati nel 2007 “di cui non riesco a scegliere un momento solo. Ma ricordo che a metà stagione, dopo la gara di Donington, abbiamo capito che potevamo vincere o essere dei buoni rivali. Il potenziale c’era.”  Con una moto che solo lui poteva guidare? “Il team voleva vincere. E mi ascoltavano molto, cosa che non mi era mai successo prima. Il dialogo ci ha portato allo step successivo, passo dopo passo fino al titolo. Massimizzando la nostra performance ogni settimana.” Prendendo spunto dall’ idolo di gioventù “Mick Doohan, dalla sua forza, la capacità di non cercare alibi ma individuare i punti dove poter migliorare. E farlo.”

Un titolo Mondiale che poi torna, in sella ad una Honda, nel 2011. “Quello che sono riuscito a godermi più del primo. Ero più rilassato, mentre nel 2007 è stato uno shock. Per tutta la squadra lo è stato, in realtà.” Dopo, ha ricordato Zara, un momento buio. “Un periodo difficile, stavo male e nessuno riusciva a individuare la causa della mia sofferenza. Avevo solo 23 anni. Sono state dette tante cose, alcune anche alle spalle. La gente pensava che il problema fossi io, la mia testa. Poi l’incontro con un naturopata e una dieta che mi ha giovato e aiutato.” In quel momento ti sei sentito tradito? “Sì. Da alcune persone che non hanno capito e nemmeno creduto alla mia sofferenza. Hanno preferito legarsi ad altri piloti e scaricarmi. Il 2010 è stato il mio anno terribile.” Ma dal buio si torna. E il 2011 è tornato anche l’alloro.

Sebbene il ritiro arriverà presto, ad un’età impensabile. A soli 27 anni. “Era il momento giusto per uno come me per il quale è necessario divertirsi, capire la moto e lavorare con gli ingegneri. Il momento in cui tutto stava cambiando e quello che amavo, il mio modo di essere pilota, non poteva più esistere. Non mi andava di guidare un mezzo dominato dalla tecnologia: mi è stato chiaro da subito che non ero pronto per quel cambiamento.” Per moto che “somigliano sempre più a robot” dirà “e il pilota non fa più la differenza.” Affermazione che ha confermato anche sul palco del Festival “ma questo non significa che i piloti non siano di alto livello e con una loro propria, definita, personalità. Prendi Bagnaia, con la calma, soprattutto quando qualcosa non va. O Bezzecchi, un talento con quel suo modo di guidare, così particolare. Martin: sorprendente e unico per stile. E poi Marquez: l’unico che potrebbe essere Marquez è Marquez. Quello che non ha vinto è imputabile solo all’incidente. È intelligente, calcola ogni minimo dettaglio. Inimitabile.”

Lui che i piloti e talenti ne ha conosciuti e affrontati tanti. Come ricordato. Le sue frizioni con Rossi, le sfide con Lorenzo e Pedrosa. Momenti di tensione, normali tra i cordoli. Dove valgono più le abilità che le scintille fra i colleghi. Dove ci vuole anche l’orecchio giusto, quello che Zara ha voluto testare dal vivo, con un gioco per il suo ospite a cui ha chiesto di riconoscere tre piste dal suono del motore. Risultato: tre piste indovinate su tre. Invincibile Stoner. Anche quando la pista è una pista audio.