«Ci sono i piloti, i campioni e infine le icone»: ha ragione Furio Zara a preparare, in questo modo il palcoscenico alla leggenda brasiliana. Cosa si può dire di più?

L’icona, la leggenda, non si misura solamente attraverso il suo palmarès, ma soprattutto attraverso ciò che ha lasciato nel suo mondo, in chi lo ha seguito e nel contenuto della sua carriera, che nel suo caso parla da sé.
Dagli inizi in Brasile sulle due ruote, una sorta di avviamento al motorsport in quanto era vietato il karting fino ai 17 anni. Poi l’approdo in Inghilterra e l’inizio della scalata, fino al suo avvento in Formula 1 avvenuto solamente dopo una gavetta che lo portò a esordire in Formule 1 con solamente sei mesi di esperienza in quella che oggi è denominata Formula 2. Emerson ricorda che più volte rifiutò la proposta di Colin Chapman, allora fondatore del team Lotus, di esordire in F1. Lo stesso Colin che lo mise nella leggendaria Lotus 72 D. Quella che Fittipaldi, al suo primo incontro, prese in giro dicendo: «[…] se ci mettiamo le maniglie diventa una cassa da morto!».
Non bastava l’ossessione per la Formula 1 che lo portò dal Brasile all’Inghilterra con pochi spiccioli: la lucidità che ebbe gli aprì la strada verso il pilota che oggi è ricordato negli albi d’oro.
La sua prima carriera in F1 – così gli piace definirla – è solamente il giro di boa, che lo porterà in America, dove vincerà per due volte la 500 Miglia di Indianapolis.

Oltre alla sua carriera estremamente vincente, molti sono stati gli aneddoti raccontati, che ben fanno comprendere la caratura di questa icona, che va oltre i semplici trofei: dagli inizi insieme a suo fratello Wilson e a José Carlos Pace, cui è dedicato il circuito di Interlagos: i tre sono considerati i pionieri di quella che poi diverrà una straordinaria tradizione di piloti vincenti in Formula 1. Una tradizione che passerà nelle mani di Nelson Piquet – ricordato per il suo essere alle volte eccessivamente scherzoso e latin lover – e soprattutto di Ayrton Senna, ricordato da Fittipaldi non solo come un talento genuino, ma soprattutto come un campione che non riusciva mai ad accontentarsi, perfezionista ed affamato del dettaglio. Emerson ricorda amaramente anche la sua scomparsa, appresa mentre era impegnato in un test: una notizia che lo sconvolse, dal momento che egli lo considerava ‘immortale’.
Ayrton si aggiunge ad una lista impietosa di amici e colleghi che Emerson ha visto morire in circuito: ben trentacinque, un numero spaventoso, se si pensa all’avanguardia raggiunta al giorno d’oggi in termini di sicurezza.
Un motivo in più per cercare non solo la velocità in pista, ma soprattutto l’ordine, la precisione e la capacità di non sbagliare sotto pressione proprio perché, in quei periodi, un errore poteva risultare fatale: a questo proposito ha ricordato il ruolo che ha avuto nella sua carriera Sir Jackie Stewart, tre volte iridato scozzese, nel raggiungimento di quel concetto di precisione che solo in un secondo momento si è tradotto in velocità. Un precetto che Emerson ha fatto emergere non solo tramite il racconto ma anche nel modo in cui è riuscito a raccontare la guida semplicemente con un microfono in mano: il dettaglio del windsock, la manica a vento presente in circuito, adatta a far capire ai piloti dove soffiava il vento e quindi capire se la macchina avrebbe sovrasterzato o sottosterzato in curva se il vento avesse tirato rispettivamente a favore o contro.
Impossibile, poi, non ricordare quello che spesso viene definito il ‘grande rifiuto’ a Enzo Ferrari. Fittipaldi, però, non ama chiamarlo così: nel primo incontro con ‘il Drake’ non ci fu un vero no, ma una diversa visione sul percorso da intraprendere, che impedì ai due di trovare un accordo. Il rifiuto arrivò invece nel 1976, dopo il terribile incidente di Niki Lauda al Nürburgring, quando Ferrari gli offrì il posto dell’austriaco. In quel caso Emerson decise di non accettare: non riteneva giusto sostituire un pilota che, in quel momento, stava ancora lottando per la propria vita. Una scelta che Furio Zara ha letto come un segno della grande sensibilità del brasiliano e che, forse, racconta Fittipaldi meglio di molti dei suoi successi in pista.

Questa chiacchierata ha messo veramente in luce la persona che sta dietro a Emerson Fittipaldi, un fervente credente amante del prossimo: alla preghiera della nonna, un enorme sostegno prima di abbassare la visiera, si unisce un grande monito verso tutte le personalità influenti: «Noi persone famose quando possiamo dobbiamo aiutare gli altri». Una grande perla d’umiltà che trova corrispondenza con i fatti: ebbe un ruolo nella costruzione della scuola materna dedicata a Graham Hill a Lusevera, costruita dopo il terremoto che nel 1976 colpì il Friuli; inoltre, è uno dei membri originari della Laureus World Sports Academy che, attraverso Laureus Sport for Good, sostiene progetti sociali basati sullo sport.
Infine, Fittipaldi ha avuto anche il tempo di esprimersi sulla Formula 1 moderna, affermando che la qualità al giorno d’oggi comunque non manca, elogiando Leclerc, Hamilton, Kimi Antonelli, soprattutto per la sua vittoria in rimonta a Monza. Ma se chiamato a scegliere un nome su tutti, quello non può che essere Fernando Alonso.
Al di là di tutto, la cosa più bella, che può rappresentare al meglio questo spazio dedicato al pilota brasiliano, si può riassumere nella risposta data alla domanda di Furio Zara: «Seguendo quello che è il titolo del Festival, ti sei mai sentito invincibile?» La sua risposta: «Quando un pilota comincia a pensare di essere meglio degli altri, smette di vincere».