Federica Capitani, ex studentessa dell’Università di Trento, ha ricevuto una menzione d’onore nell’edizione 2025 del premio “Vince la Democrazia” per la tesi Le organizzazioni di rappresentanza studentesca e la dipendenza istituzionale nel sistema dell’istruzione superiore. Una valutazione dell’impatto sulla libertà accademica degli studenti attraverso un’analisi comparativa qualitativa tra Francia, Italia, Norvegia e Slovacchia. La ricerca, sviluppata a partire dall’esperienza di tirocinio presso l’European Students’ Union, mette a confronto quattro sistemi universitari diversi per interrogarsi sul ruolo della rappresentanza studentesca e sulla sua effettiva capacità di incidere sui processi decisionali.
Dalla difficoltà di trovare un alloggio al costo della vita, dalla necessità di lavorare durante gli studi fino al carattere ancora prevalentemente volontario dell’impegno nella rappresentanza. La ricerca mostra come il diritto formale a partecipare non coincida necessariamente con la possibilità concreta di farlo. E pone una questione più ampia: che cosa serve perché gli studenti non siano semplicemente presenti negli organi di rappresentanza, ma abbiano gli strumenti per elaborare proposte, incidere sulle decisioni e chiedere conto a chi li rappresenta?
Sei un’ex studentessa dell’Università di Trento e la tua tesi è appena stata premiata con una menzione d’onore al premio “Vince la Democrazia”. Com’è nato il tuo interesse per il tema della rappresentanza studentesca?
Ho ripreso un tema che avevo già trattato durante il tirocinio svolto tra l’Università di Trento e l’European Students’ Union, il sindacato europeo degli studenti universitari. L’obiettivo iniziale del tirocinio era analizzare le ricorrenti forme di limitazione e violazione della libertà accademica degli studenti e capire quale ruolo potesse avere la rappresentanza studentesca nel prevenirle o mitigarle. Da lì abbiamo sviluppato ulteriormente la ricerca, concentrandoci non solo sulle violazioni e sulle limitazioni della libertà accademica, ma anche sui repertori di azione collettiva dei sindacati studenteschi e sui fattori che favoriscono o ostacolano la convergenza tra la loro azione e l’agenda politica.
Per la tua ricerca hai analizzato quattro Paesi europei – Italia, Francia, Norvegia e Slovacchia – confrontando sistemi molto diversi. Al di là delle differenze, quali sono le difficoltà che accomunano oggi gli studenti universitari e che più ti hanno colpita durante il lavoro di ricerca?
Nella ricerca ho individuato tre difficoltà ricorrenti in tutti e quattro i Paesi. La prima riguarda l’accesso all’alloggio necessario per poter proseguire gli studi. C’è una carenza di posti nelle strutture pubbliche destinate agli studenti e questo porta i sindacati e le associazioni studentesche a cercare soluzioni alternative. In Francia, per esempio, alcuni sindacati collaborano con cooperative e associazioni non profit per creare forme di affitto a prezzi agevolati. In Norvegia, invece, il sindacato nazionale degli studenti universitari (NSO) assieme alle organizzazioni di welfare studentesco ha dovuto attrezzare temporaneamente mense o biblioteche per ospitare studenti che non riuscivano a trovare posto nei dormitori, cercando nel frattempo soluzioni nel mercato privato.
Il problema della casa è strettamente legato anche alla seconda difficoltà: le risorse economiche a disposizione degli studenti non sono adeguate al costo reale della vita. Che si tratti di prestiti, come in Norvegia e Slovacchia, di esenzioni (parziali o totali) dalle tasse universitarie, come in Italia e in Francia, o di borse di studio, nessuno di questi strumenti sembra essere pienamente in linea con le spese che gli studenti devono effettivamente sostenere.
Questo dipende anche dall’insufficienza dei fondi disponibili. In Italia, per esempio, si è arrivati in alcuni casi a ritardi nell’erogazione delle borse o alla situazione degli studenti “idonei non beneficiari”, cioè studenti che avevano i requisiti per ottenere il sostegno economico da parte dell’Università, ma non lo hanno ricevuto per mancanza di fondi. Anche in Norvegia ho trovato una situazione interessante: nel 2025, mentre intervistavo alcuni rappresentanti del NSO per la mia tesi, questi ultimi mi hanno detto che hanno fortemente sconsigliato di ricorrere esclusivamente al prestito statale, perché il tasso di interesse era salito al 5%, rispetto al 2,5% di due anni prima, nonostante il 40% di quel debito venga detratto una volta conclusi gli studi.
In Francia la situazione è particolarmente critica: per tre anni consecutivi, i report di FAGE, uno dei principali sindacati studenteschi nazionali, hanno rilevato che alcuni studenti arrivavano a saltare in media tre pasti alla settimana per riuscire a sostenere l’affitto, le spese universitarie, mediche e quotidiane.
Infine, un altro elemento che mi ha colpita riguarda il ruolo dei sindacati studenteschi nei processi decisionali. La loro azione politica e la loro capacità di incidere sono spesso confinate a un ruolo consultivo: vengono coinvolti per fornire valutazioni e dati, anche attraverso attività di ricerca che permettono di individuare le aree maggiormente colpite da un determinato problema, ma poi spetta alla coalizione politica di turno decidere se accogliere quelle proposte e trasformarle in politiche concrete. La differenza, in alcuni casi, sta anche nel rapporto istituzionale: in Norvegia e Slovacchia, per esempio, esistono modalità che consentono ai sindacati studenteschi di essere presenti con maggiore continuità nei diversi passaggi del processo di elaborazione delle politiche.
Uno dei risultati della tua tesi riguarda la distanza tra il diritto formale degli studenti a essere rappresentati e la loro effettiva possibilità di incidere sulle decisioni. Guardando anche all’esperienza italiana, secondo te cosa dovrebbe cambiare perché la rappresentanza studentesca non resti soltanto “sulla carta”?
Innanzitutto, bisognerebbe fare in modo che la rappresentanza studentesca non venga percepita come una concessione da parte dell’autorità: non basta prevedere degli organi in cui i rappresentanti eletti possano discutere e avanzare proposte, per esempio nel Consiglio degli studenti o nel Senato accademico. Bisogna anche garantire che quelle proposte possano essere effettivamente implementate.
Un altro aspetto importante è dare continuità alle iniziative. Le proposte costruite insieme dai rappresentanti degli studenti e dalle amministrazioni universitarie o locali non dovrebbero essere cancellate semplicemente perché cambia la maggioranza politica. E anche quando un progetto non procede come previsto per ragioni burocratiche o amministrative, dovrebbe esserci la possibilità di portarlo avanti e verificarne gli sviluppi.
Per fare questo, i rappresentanti devono avere anche gli strumenti necessari per elaborare proposte politiche, gestire risorse e confrontarsi con le istituzioni. Ma serve anche una comunità studentesca attiva. Non significa necessariamente essere iscritti a un sindacato, avere un ruolo dirigenziale o far parte di un’associazione: significa anche semplicemente informarsi su quello che succede all’interno dell’università.
Per esempio, all’Università di Trento, tramite un invio periodico all’indirizzo email affiliato all’università venivano pubblicati da parte dei rappresentanti eletti nel consiglio studentesco dei report delle sedute del Senato accademico, con gli ordini del giorno e gli argomenti discussi. Anche senza essere d’accordo con le decisioni prese, era possibile sapere che cosa fosse stato discusso e formarsi un’opinione. Credo che anche questo sia un elemento fondamentale della partecipazione.
La tua ricerca mostra anche quanto le condizioni materiali – il costo della vita, gli alloggi, la necessità di lavorare mentre si studia – possano influire sulla possibilità stessa di partecipare alla vita universitaria. Pensi che oggi agli studenti venga chiesto di “partecipare” senza sempre avere le condizioni concrete per poterlo fare?
Sì, e credo che il problema riguardi anche il modo in cui viene considerata la rappresentanza studentesca. Ancora oggi è prevalentemente vista come un’attività volontaria, nonostante richieda tempo, energie e anche risorse: bisogna partecipare alle sedute, elaborare proposte, organizzare attività, informarsi e confrontarsi con gli altri.
In alcuni paesi europei, come la Germania, si è deciso di riconoscere l’impegno degli studenti coinvolti in questa attività con l’assegnazione di crediti. Inoltre, alcune università in Norvegia hanno implementato dei periodi di congedo dagli studi per tutta la durata dell’incarico. Sono soluzioni che avrebbero però implicazioni diverse, perché esiste anche il rischio di professionalizzare la partecipazione e trasformarla in qualcosa di diverso dall’impegno civico.
Il punto, secondo me, è che per partecipare serve anche uno spazio mentale. Uno studente che vive in un alloggio universitario, per esempio, deve raggiungere un determinato numero di crediti per mantenere la stanza, ricordarsi di presentare la domanda per la borsa di studio entro una certa scadenza, eventualmente lavorare per sostenersi. Sono tutte responsabilità che occupano tempo e attenzione. Per poter votare alle elezioni universitarie, partecipare a un sindacato o semplicemente informarsi su quello che accade, bisogna avere anche la possibilità concreta di dedicare a queste attività uno spazio mentale. Per questo credo che non si possa parlare di partecipazione senza parlare anche di disuguaglianze nelle condizioni che la rendono possibile.
Parlando direttamente agli studenti e alle studentesse di oggi: perché, secondo te, vale ancora la pena interessarsi alla rappresentanza, alle elezioni universitarie e più in generale alla vita pubblica? E che consiglio daresti a chi vorrebbe iniziare a impegnarsi ma pensa che tanto la propria voce non possa fare la differenza?
Credo che interessarsi alla rappresentanza e alla vita pubblica significhi anche chiedere ai propri rappresentanti di essere trasparenti e responsabili delle proprie azioni. Non soltanto quando riescono a raggiungere un obiettivo, ma anche quando non ci riescono: in quel caso dovrebbero poter dire che cosa è successo e perché una proposta non è andata a buon fine.
Allo stesso modo, chi rappresenta gli studenti non dovrebbe rimanere indefinitamente al proprio posto. Se una persona è stata rappresentante per molto tempo senza portare nuovi stimoli o risultati, è legittimo chiedersi se sia il caso di cambiare. La rappresentanza non consiste soltanto nel “far sentire la voce degli studenti”: implica anche una responsabilità nei confronti della pluralità della comunità studentesca. Le richieste vanno naturalmente confrontate con i principi democratici e con le risorse effettivamente disponibili.
E per chi vuole iniziare a impegnarsi, non credo sia necessario entrare subito in grandi organizzazioni o assumere ruoli importanti. Si può partire anche da un gruppo locale, informarsi, confrontarsi con altre persone e da lì sviluppare le proprie idee. La partecipazione può cominciare da qualcosa di molto piccolo e arrivare poi anche fuori dall’università.