Trittico o della semplicità del male, forse.

Fantasio - Festival internazionale di Regia Teatrale

Trittico o della semplicità del male, forse.

di Lorenzo Zaccaria

Trittico o della semplicità del male è stato rappresentato questo sabato come apertura della 18esima edizione di Fantasio - Festival Internazionale di Regia Teatrale. Non a caso, dato che proprio questo è il vincitore dell’anno scorso. Prima della pièce sono stati presentati gli otto registi in gara che tra due settimane si sfideranno rappresentando a proprio modo tutti il primo atto della Locandiera di Goldoni.

Ora, Trittico.

Il pezzo è composto da un’antologia di brani tratti da tre grandi tragedie shakespeariane, Otello, Macbeth e Re Lear, rappresentati da attori che recitano e ballano seminudi su tarante e musiche tribali. La scelta di comporre un testo tratto da queste tragedie, tagliando gli originali climax furiosi, provoca una rappresentazione con personaggi isterici che ballano eccitati mettendo in scena, forse, un male più genuino rispetto a Shakespeare, non più lentamente corrotto, forse come segnale di un’antica malvagità repressa nell’uomo che esplode all’improvviso; forse con le coreografie erotiche, i movimenti isterici, le ammucchiate e tutta l’atmosfera macabra si vuole suggerire un legame tra Eros e Thanatos che poi sfocia nei canonici omicidii delle tragedie. Forse qui sta la semplicità del male del titolo.

Quindi Shakespeare è la fonte da cui si parte ma è tutto fuori che una tradizionale rappresentazione. Si è attinto sì a mani basse, strappando dialoghi topici e personaggi, e sicuramente non è una scelta usuale, ma sicuramente non è una scelta presa superficialmente. Sono stati scelte le battute giuste, che si inseriscono perfettamente nell’opera di arrivo.

Il tutto viene rappresentato in un ambiente nero, dove un personaggio, che per comodità descrittiva si chiamerà l’Uomo Nero, si muove sulla scena coordinando le tre tragedie. Proprio l’Uomo Nero all’inizio evoca i morti facendoli uscire dalle “bocche dei cimiteri” e dando il primo avvio al terzetto Otello-Desdemona-Iago alla sinistra della scena con urli e pestoni. Mentre questi recitano tutti gli altri continuano dietro a muoversi furiosamente nei loro passi, costretti a ripetere eternamente la propria tragedia.

Otello:

L’oggetto che hanno gli attori è un velo nero con cui Ofelia si ricopre e si dimena nascosta mentre Iago corrompe l’anima di Otello. Forse il velo è il sospetto di Otello che cade su Desdemona; forse è Desdemona ignara del triste destino che l’attende; forse è entrambe; forse nessuna delle due. Alla morte di Ofelia, risolta in fretta strangolandola con il velo, sopraggiunge l’Uomo Nero furioso che con urla e pestoni zittisce tutti: è il turno dei coniugi Macbeth alla destra della scena.

Macbeth:

L’oggetto dei due è una corda con cui si legano a vicenda mentre Macbeth sogna ambizioso sulla predizione delle streghe e lady Macbeth pronuncia il suo famoso monologo. Forse la corda è la malvagità dei loro intenti a unirli e a costringerli a muoversi insieme; forse sono l’uno ostacolo per l’altro poiché nello stesso destino sono attraversati da diverse emozioni, Macbeth prima sogna la corona, poi ha paura mentre lady Macbeth si fa prendere dal furore ed è preda di allucinazioni; forse è entrambe; forse nessuna delle due. Dopo che lady Macbeth ha la sua allucinazione del sangue sopraggiunge l’Uomo Nero urlando furioso: è il turno di Re Lear.

Re Lear:

L’ultimo personaggio, al centro, riceve un bastone dall’Uomo Nero in persona che più volte riceve e lascia cadere mentre si tormenta sui suoi noti travagli ereditari tra risatine isteriche e grida. Forse il bastone è il potere che Lear non riesce a mantenere stabile tra le figlie; forse sono gli intrighi e le faide che nascono a corte in seno alla sua stessa famiglia a orripilarlo; forse è entrambe; forse nessuna delle due. Comunque alla fine sempre l’Uomo Nero furioso sopraggiunge urlando e fa tacere anche Lear.

Finale:

Nel finale tuttavia qualcosa cambia. Le anime si alzano tutte e non si lasciano più intimidire dall’Uomo Nero. Piano piano lo accerchiano mentre questo spaventato cerca una via di fuga e recita il monologo di Amleto. La riflessione del principe di Danimarca sulla vita e la morte serve a chiudere questa particolare opera ma l’Uomo Nero non ha nessuna vendetta da rispettare, nessuna scelta, nessun dubbio amletico visto che sta per morire. Forse, visto che non è Amleto ma un personaggio al di fuori delle tre storie, svolge un’ultima riflessione sulla vita e sulla morte prima di morire a cerniera di tutto quello che si è detto in precedenza. Forse sì, perché poi tutti i personaggi lo accerchiano, svestono l’Uomo Nero che diventa uno di loro.

Sipario.

Fine.

Forse.

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