Treno della Memoria 2011 - 30 gennaio

Oswiecim è una cittadina a qualche chilometro da Cracovia. Ha circa cinquantamila abitanti. A Oswiecim la mattina gli uomini si svegliano e vanno a lavorare, mentre le donne col fazzoletto legato sulla testa, quelle un po' all'antica, accompagnano i bambini a scuola e poi vanno a fare la spesa al superstore Carrefour.

A Oswiecim si coltivano i campi, come si faceva ai tempi dell'Unione, e anche prima. Oppure si va a Cracovia da pendolari, ché nelle grandi città si trovano sempre le occasioni. D'inverno fa freddo, ché se stai fermo per più di due minuti ti si gelano le gambe. Gli abitanti di Oswiecim studiano la storia a scuola; ma fra di loro non ne parlano tanto, sanno di viverci dentro e di esserne circondati, e tutta questa pressione leva loro la voglia di confrontarsi e di esprimere reciprocamente le loro posizioni. Ma ciò non vuol dire che non sappiano, per loro è impossibile non sapere.

Durante il giro di oggi per i campi c'era il sole, e ogni tanto scaldava pure per bene. C'erano pur sempre, però, sette o otto gradi sotto zero. Ogniqualvolta si usciva da un edificio costituente un blocco, ora divenuti tutti museo, l'aria gelida s'infilava fra i piccoli varchi lasciati scoperti dalle sciarpe e negli occhi, e poi ti accompagnava fino al blocco successivo. Una volta usciti dal campo, però, una volta varcato il cancello e la doppia cinta di filo spinato in passato dotato di corrente elettrica – di quelle che se lo tocchi ti fulminano all'istante – l'aria cambiava un po', si faceva fresca, meno gelida di prima. Un sollievo, almeno rispetto alle ore precedenti. Quell'aria fresca è quella che gli abitanti di Oswiecim respirano ogni giorno, quella che li fa andare avanti nonostante siano circondati da e immersi nella storia, quella che ogni tanto permette loro di dimenticare la gelida aria di Auschwitz.

Auschwitz è Oswiecim, per i polacchi. Per loro lo è sempre stata.

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