Ricchi da morire

Intervista a John Mpaliza: the peace walking man

Ricchi da morire

di Giorgia Roda

Il coltan e il cobalto sono due minerali essenziali per la produzione di smartphone, laptop e auto elettriche. Entrambi, insieme a molte altre risorse, vengono estratti principalmente nella Repubblica Democratica del Congo e successivamente esportati in tutto il mondo. Circa il 20% del cobalto estratto in Congo proviene da miniere “artigianali”, spesso soggette a crolli, in cui i lavoratori, stimati tra i 110 e i 150 mila (dati Amnesty International), scavano a mani nude, privi di qualsiasi protezione per meno di 2$ al giorno. L’esposizione a questi minerali è altamente nociva e, in alcuni casi, radioattiva. I minatori, tra cui anche circa 40.000 bambini sotto gli 11 anni, sviluppano quindi velocemente malattie al sistema linfatico che portano in breve tempo alla morte.

Amnesty International lo scorso anno ha pubblicato un rapporto in cui investigava sull’estrazione e sul commercio di coltan e cobalto. In particolare, dopo l’estrazione i minerali vengono ripuliti attraverso diversi passaggi commerciali e venduti ad alcune imprese cinesi fornitrici di multinazionali asiatiche e occidentali, produttrici di apparecchi tecnologici e auto elettriche. Nel rapporto Amnesty compaiono i nomi delle più famose marche di smartphone, alcune delle quali nella fase di inchiesta hanno dichiarato di non sapere la provenienza dei minerali che utilizzano.

John Mpaliza, originario della zona ma residente a Reggio Emilia da circa 20 anni, da qualche anno ha abbandonato il suo lavoro di programmatore presso il Comune di Reggio Emilia per dedicarsi interamente a campagne informative e di sensibilizzazione sull’argomento. Porta il suo messaggio attraverso marce in tutta Europa, tanto da essere diventato conosciuto con il nome di Peace Walking Man. L’ultimo suo grande viaggio si è concluso lo scorso dicembre con il suo arrivo a Bruxelles, per chiedere alle istituzioni di intervenire nelle zone del Congo da lui definite “ricche da morire”. A causa della mancanza di stabilità politica, regolamentazioni e della ricchezza smisurata di risorse, questi territori, come l’area del Beni, sono devastati da conflitti armati e massacri di massa. Esattamente il giorno di quest’intervista, il 16 marzo, il Parlamento Europeo ha adottato un regolamento che copre per il 95% la tracciabilità di parte della filiera di alcuni minerali estratti in Congo, che non include però ancora il cobalto ma solamente stagno, tungsteno, tantalio e oro.

John Mpaliza racconta personalmente quello di cui si occupa e della causa che porta avanti.

Vieni aiutato da delle associazioni in questa campagna di sensibilizzazione?

Devo precisare che non faccio parte di nessuna associazione. Organizzo però queste campagne con la collaborazione di moltissime associazioni nazionali o internazionali, ma anche con le istituzioni.

Ho visto che molte persone si sono unite al tuo percorso, mentre eri in marcia.

Queste marce non sono marce solitarie. Sono marce organizzate, chiedendo quindi anche un aiuto logistico alle persone o alle associazioni locali che organizzano anche qualche incontro o qualche kilometro di marcia insieme. Sono marce veramente partecipate. A Trento siamo stati al liceo Galilei ed erano presenti nell’aula magna circa 800 ragazzi.

Vedi quindi nelle persone e anche nelle istituzioni una certa sensibilità in aumento negli ultimi anni, anche grazie alle tue campagne?

Io sono appena tornato dalla Norvegia, come ci sono arrivato? Una ragazza che mi ha conosciuto nella sua scuola mi ha contattato con una lettera commovente, dicendo “Io mi ricordo di lei, quattro anni fa è venuto nella mia scuola. Adesso mi trovo in Norvegia e vorrei che Lei venisse qui per raccontare quello che personalmente mi ha scioccato”. Questo è solo un esempio. Ci sono moltissimi studenti che scrivono, chiamano, perché vogliono sapere di più. Il messaggio quindi sta passando. Anche a livello istituzionale il parlamento europeo dal 2014 sta tentando di lavorare su una legge per la tracciabilità dei minerali, in modo che i minerali non siano minerali “di sangue”, che provengono da zone di conflitto. È importante che le istituzioni siano dentro a queste cause di pace, perché sono loro che possono arrivare a delle normative. Io sono su strada a portare questa campagna affinché tutti i ragazzi e ragazze, che sono i consumatori privilegiati di tecnologia, sappiano che sono in qualche modo mandatari di questo dramma, in qualche modo. Poi soprattutto, devono sapere che questi minerali sono tossici. Il coltan è addirittura leggermente radioattivo. Vuol dire che tutte le persone che lavorano lì senza protezione sono segnate. Quella gente è vittima della nostra ricchezza. Non mi sembra inoltre una buona soluzione alla questione dire che permettiamo di farli lavorare: se mangi oggi vivi per esempio anche 5 anni, però poi muori. Chi oggi ha 18 anni tra 10 anni ne avrà 28 e se sarà programmatore o ingegnere potrà programmare e inventare qualcosa di buono, se sarà medico potrà fare bene il suo lavoro e trovare cure, se sarà politico potrà anche a suo modo fare qualcosa di buono ricordandosi di questo messaggio. Quindi lavoriamo perché in modo strutturale entri un po’ l’idea che non possiamo continuare a comprare per il gusto di comprare.

La situazione politica del Congo qual è attualmente?

Attualmente c’è un governo illegittimo. Il 19 dicembre scorso scadeva il secondo mandato del dittatore che governa il Congo da circa 15 anni. Però con la forza ha deciso di rimanere. Rischia di scoppiare un altro genocidio. Noi siamo andati a Bruxelles per chiedere alla comunità internazionale di intervenire in una zona del Congo, questa zona si chiama Beni, che è una zona ricca da morire. Infatti in questa zona la gente sta morendo. Stanno massacrando le persone, al punto che alcuni europarlamentari avevano dichiarato che ci fosse un genocidio, una pulizia etnica lì. La situazione è veramente molto grave. Abbiamo però paura che i congolesi non facciano parte di questa nostra umanità, perché chi ha bisogno dei minerali? Del petrolio del Congo? Del legname del Congo? Sono le multinazionali dei paesi occidentali o asiatici. Si vede che non c’è l’interesse. Aggiungo anche che in Congo abbiamo 20 mila caschi blu da 15 anni. Sono osservatori, ci osservano. Tagliano le teste a 800 metri da dove sono e non intervengono. È come un complotto perché quel paese è ricco da morire: diamanti, oro, rame, cobalto, stagno, manganese, piombo, zinco, carbone, uranio, petrolio e potrei andare avanti. Serve stabilità in quel posto lì. Quello che noi speriamo è che piano piano la situazione si ristabilizzi, che si torni in sicurezza come in tutti i paesi e che i bambini tornino ad andare a scuola e a fare i bambini, non i minatori.

A seguito dell’inchiesta fatta a Amnesty International sui produttori di computer, smartphone e auto elettriche che utilizzano coltan e cobalto “insanguinati”, non è stata fatta una raccolta di firme, come usa Amnesty, per fare pressione sulle autorità congolesi e internazionali?

Non mi risulta. Anche se questa inchiesta è stata molto importante perché ha fatto sapere a tanta gente quello che noi andavamo raccontando da anni, senza essere mai ascoltati. Soprattutto ha fatto sapere le condizioni dei bambini. Infatti proprio adesso c'è un video che sta girando di immagini rubate nelle miniere di cobalto del Katanga, dove si vedono proprio questi bambini di 6 o 7 o 8 anni che, in sostanza, sono lì a meritarsi la morte lavorando con questo cobalto.

Se si guarda l’offerta sul mercato, qual è però l’alternativa? Esiste un’alternativa?

Questo ad oggi è ancora un problema. Si sta cercando di trovare il modo di avere del coltan “pulito”. C’è una compagnia, fairphone, che si è posta la questione “Possiamo fare un telefono senza coltan oggi?” Probabilmente no, perché si rischia di tornare indietro di 20 anni. Quindi hanno cercato di collaborare con la società civile e con i minatori in Congo e pare che abbiano trovato il modo. Un altro telefono, che si chiama Shift, è tutto in tedesco purtroppo ed è disponibile solo in Germania per adesso, pare addirittura che non sia di coltan, quindi io sto cercando un po' di capire. Vorrei chiedere loro per capire se effettivamente hanno sviluppato un telefono e un computer che rispettino i diritti dei lavoratori e che possano essere considerati etici.

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